Shiatsu in Pediatria

Dal 1996 è attiva una collaborazione tra l’Azienda Ospedaliera di Padova e la Scuola Internazionale di Shiatsu Italia nell’ambito del Centro Regionale Veneto della Terapia del Dolore e Cure Palliative Pediatriche. Noi operatori siamo presenti nei vari reparti della Clinica Pediatrica e della Clinica di Oncoematologia pediatrica per trattare i bambini e i ragazzi ricoverati. Le esperienze che viviamo sono veramente toccanti e testimoniano l’importanza e la validità dello shiatsu.

Quando trattiamo una persona, noi operatori shiatsu facciamo in modo che l’ambiente sia il più accogliente possibile: luci soffuse, musica rilassante, profumo di incenso, una candela accesa. Il ricevente è comodamente disteso sul futon, sostenuto da cuscini in modo che non ci siano tensioni e il rilassamento sia totale. Il cellulare è spento, nessuno entra nella stanza: la tranquillità è assicurata.
Nulla di questo avviene in Pediatria. Rumori e disturbi sono presenti in ogni momento, le luci sono forti, il bambino è steso a letto, e per noi operatori la posizione di lavoro non è ideale. Persone entrano ed escono dalla stanza, i cellulari suonano, quasi sempre il televisore è acceso.
Eppure la magia dello shiatsu si ripete puntualmente a ogni trattamento. Non è importante quello che succede al di fuori, esiste solo il rapporto ricevente / operatore.
Anche le regole passano in secondo ordine perché dobbiamo ricordarci che siamo in un ospedale e stiamo trattando un bambino con problemi di salute, e questa è la sola cosa da tenere presente. All’inizio dell’esperienza, l’operatore può essere confuso: ”Ma come”, si chiede e ci chiede, “non ci avevate insegnato durante le lezioni la sequenza del trattamento, la valutazione, le priorità?” Sì, certo, ma vi abbiamo anche detto: “Imparate la tecnica per poi dimenticarla”, e questo è il momento per farlo. Esiste solo il presente, e con il neonato o con il bambino non ci sono ambiguità, ci fa capire subito se siamo in sintonia o meno.
Dobbiamo anche tener presente che, solitamente, è chi desidera il trattamento ad avvicinarsi a noi; in Pediatria invece siamo noi a proporci e lo dobbiamo fare con il massimo rispetto. Anche durante il trattamento può succedere che il bambino, che all’inizio ha acconsentito, diventi insofferente, forse perché durante la giornata è stato sottoposto a esami, visite e non accetta ulteriori manipolazioni. In questi casi cambia il nostro modo di lavorare, il contatto diventa fermo, solo presenza, e di solito questo al bambino piace, si rilassa e a volte si addormenta. Come dice il maestro Masunaga “L’atteggiamento deve essere quello di entrare in sintonia con lo stato vitale della persona ed è qui che entra in gioco la sensibilità arcaica(*). La sensibilità arcaica o primitiva è quella che noi comunemente chiamiamo “sesto senso”. Quando pratichiamo shiatsu non abbiamo bisogno di ricordare i punti, analizzare, classificare ma semplicemente “attiviamo la facoltà di empatizzare con la vita”.

E quando questo avviene, i risultati sono sempre sorprendenti. Sì, spesse volte sono sorprendenti anche per noi operatori e di sicuro benessere per il bambino ricoverato.
E’ doveroso, ha detto una psicologa dell’Ospedale Pediatrico Mayer di Firenze, testimoniare e diffondere tutto quello che può aiutare il bambino a superare il suo dolore. Anch’io sento che è doveroso raccontare le esperienze che viviamo in Pediatria perché lo shiatsu è “un’arte per la salute” che porta al bambino benessere, rilassamento, diminuzione del dolore e dell’ansia e tanti altri benefici ancora. Inoltre, aspetto non trascurabile, è veramente piacevole ricevere un trattamento shiatsu.

(*) Shizuto Masunaga “Shiatsu et medicine orientale” ed. Le Courrier du livre. Prossimamente tradotto in italiano da Shiatsu Milano Editore

Marisa Fogarollo, autrice di “Shiatsu & Bimbi” e “Shiatsu per un armonico sviluppo dei nostri ragazzi”

La corretta pressione shiatsu

Cari lettori, da questo numero il nostro responsabile editoriale Roberto Palasciano, insegnante shiatsu certificato Fisieo e direttore didattico della sede di Milano della Scuola internazionale di Shiatsu Italia, terrà una rubrica mensile affrontando alcuni argomenti sullo shiatsu e dintorni, per coinvolgere gli operatori. Lo scopo è di rendervi partecipi, invogliarvi a praticare insieme e ricevere vostri interventi sull’argomento, La nostra newsletter è sempre aperta a tutti coloro che vogliano scrivere un articolo sulle discipline bio naturali.

La corretta pressione shiatsu
Come primo argomento vi propongo “La corretta pressione Shiatsu”, comune a tutti gli stili di shiatsu oggi praticati, approfondendo nei prossimi numeri il concetto di pressione nei vari stili: quello bimanuale dello stile Iokai, lo stile di Kishi, lo stile Ryu zo di Aldo Riciotti, lo stile Namikoshi, l’apertura degli Tsubo nello shiatsu che usa i punti di agopuntura, ecc.
Come scrive Aldo Ricciotti in “Shiatsu Ryu Zo – I principi della cura”: “Ritengo che la pressione si possa definire “di qualità” nel momento in cui il ricevente riceve dall’operatore una pressione vicina ai propri bisogni. Più l’operatore è stato abile a fornire al ricevente quanto serviva al suo riequilibrio, più siamo di fronte ad una pressione di qualità”. Quindi, ci addentriamo in un argomento delicato.

La legge giapponese
Partiamo dalle norme giapponesi che definiscono lo shiatsu: “Lo shiatsu consiste nell’usare solo le mani (trattamento “a mani vuote”), ovvero il pollice ed il palmo dell’operatore, applicando una pressione su una determinata zona del corpo per mantenere e/o migliorare la salute del ricevente, contribuendo contemporaneamente a contrastare le situazioni in cui non è ancora stato raggiunto uno stato patologico”. Il Ministero della Salute giapponese ha identificato tre regole: la pressione perpendicolare, la pressione mantenuta costante e la concentrazione mentale. Una pressione esercitata in assenza di questi elementi, per le normative giapponesi, non può essere considerata shiatsu.
Shizuto Masunaga, nel suo “Manuali di Shiatsu – 1° mese”, aggiunge che la legge non esclude l’uso di gomiti, ginocchia ecc. ma semplicemente gli strumenti.

Le tre regole
Per esaminare le tre regole fondamentali dello shiatsu, cominciamo a comprendere come agisce la pressione, rispondendo a una domanda abituale dei nostri riceventi: come fa la pressione sulla cute a migliorare eventuali disturbi degli organi interni?

Per rispondere a ciò ci viene incontro la medicina occidentale attraverso il sistema di riflesso somato-viscerale (o legge di interiorizzazione degli organi e dei visceri). I nervi del sistema autonomo e le fibre sensitive sono presenti su tutto il corpo; i nervi che controllano gli organi, prima di giungere agli organi che innervano, passano attraverso il midollo spinale, dove passano anche le fibre sensitive che provengono da una determinata zona della cute. L’anomalia dell’organo stimola con decisione il nervo (autonomo) connesso e i nervi sensitivi che si trovano vicini, così il segnale di anomalia viene trasmesso dalle fibre all’area collegata sulla cute. Per questo motivo è necessario esercitare una pressione corretta: se suscitiamo dolore o disagio sulla cute, facciamo altrettanto sull’organo.

1) La perpendicolarità
Per entrare in uno Tsubo, un punto di agopuntura o un altro punto o zona sul meridiano, è necessario portare la pressione in modo perpendicolare al punto o alla zona.
La pressione perpendicolare evita lo spostamento laterale dei tessuti che ricevono la pressione con il pollice, il palmo o altro. Con la pressione perpendicolare non stimoliamo la cute come in alcuni tipi di massaggio ma arriviamo in profondità, al cuore energetico del meridiano, e permettiamo al sistema parasimpatico di mantenere la sensazione di rilassamento in tutto il corpo e produrre l’effetto su tutto il meridiano energetico che stiamo trattando.
Una pressione non perpendicolare sposta i tessuti dell’epidermide e attiva il sistema orto simpatico, che non permette al ricevente di rilassarsi, favorendo una sensazione epicritica dovuta all’atteggiamento dell’operatore.
Importante è la progressione nell’eseguire la pressione perpendicolare, che crea la compressione (jitsu) e la decompressione (kyo): è una sorta di yin e yang, quindi i tempi di uscita ed entrata vanno rispettati.
La postura dell’operatore è fondamentale, infatti una schiena inarcata o un addome rientrante non permettono un corretto appoggio al ricevente utilizzando il peso del proprio corpo, quindi non si lavora con Hara. Naturalmente lavorare con una buona postura è necessario, ma qualche volta non possiamo tenere una postura perpendicolare. Lavorando ad esempio sulle braccia, si usa una pressione tipo grasp dove una mano afferra il braccio e dà sostegno e il pollice dell’altra preme sul punto; comunque, in questo caso è importante che il pollice o il palmo che preme sia perpendicolare al punto o alla zona interessata alla pressione.

2) La pressione mantenuta costante
Questo è un aspetto di fondamentale importanza, su cui si basa l’esistenza dello shiatsu e senza il quale non si potrebbe parlare di tale arte. La pressione mantenuta costante è la regola principale per un buono shiatsu perché, quando non si incontra resistenza da parte di una zona specifica, il flusso energetico si espande in tutto il corpo. Se, invece, esercitiamo una pressione istantanea, il corpo assorbe l’energia solo nella zona del contatto. Questa reazione corporea sottolinea ulteriormente l’importanza di saper esercitare una piacevole pressione mantenuta costante. Quando una persona riceve una pressione mantenuta costante, si attenua la sensazione di essere separati dall’operatore e sovente, quando si riceve una pressione corretta, dispiace quando finisce.
Negli anni precedenti al riconoscimento dello shiatsu da parte del Ministero della Salute giapponese, si è tenne una fase sperimentale da parte di medici e terapeuti che portò a individuare le caratteristiche profonde che differenziano lo shiatsu da altre terapie come l’Anma. La pressione mantenuta costante è risultato l’elemento fondamentale per riconoscere lo shiatsu come terapia. Secondo la legge giapponese, la pressione deve essere mantenuta costante dai 4 ai 7 secondi ma su questo argomento ci sono diversi pareri, anche perché non è definito se s’intende dall’inizio della pressione portata gradualmente o dal momento di arrivo sul punto da trattare. Approfondiremo in seguito questo argomento.

3) La concentrazione (atteggiamento)
Per eseguire un buono shiatsu l’atteggiamento dell’operatore è importante: le norme giapponesi parlano di concentrazione, ma penso che la traduzione più vicina al loro pensiero sia “atteggiamento”.
Per praticare una pressione sostenente, comune a tutti gli stili, l’operatore deve essere vicino al ricevente e osservarne la cute, adottando un tono muscolare rilassato, cioè un atteggiamento protopatico che consenta una pressione corretta portata con il corpo con movimenti spontanei, creando una piacevole sensazione di armonia. Per praticare correttamente, l’operatore deve fare un percorso personale utilizzando esercizi, meditazione o altro, in modo da tenere un atteggiamento che molti autori definiscono “primitivo”. Con un atteggiamento primitivo, l’operatore può effettuare una pressione sostenente e profonda, con una mano avvolgente e un tono muscolare rilassato.

Roberto Palasciano, responsabile editoriale

Per interventi e scambio di opinioni scrivete a roberto.palasciano@shiatsumilanoeditore.it

Crema di carote

Dal nuovo libro a breve in stampa intitolato “Ricette per le cinque stagioni – L’energia dei cibi secondo la macrobiotica moderna”, di Giuseppe Sivero, ecco una ricetta adatta alla stagione dell’autunno.
Buon appetito!

CREMA DI CAROTE

Ingredienti: 8 etti di carote, 8 etti di acqua, 3 cucchiaini di miso d’orzo, prezzemolo, alga nori

Tagliare le carote in diagonali di mezzo cm, metterle nell’acqua a freddo, portare a bollore e cuocere per 15-20 min a fuoco medio. Passare al setaccio e riportare a bollore.
Sciogliere il miso con poco brodo e aggiungerlo alla zuppa facendolo sobbollire (non bollire) per qualche minuto.
Servire calda, guarnendo con un po’ di prezzemolo tritato o con alga nori tostata sulla fiamma e tagliata a quadrettini.

 

Giuseppe Sivero

Le proteine

Le proteine sono delle macromolecole costituite da catene di amminoacidi variamente ripiegati. Insieme ai carboidrati e ai lipidi, formano i principali gruppi di macro nutrienti e, energeticamente, sono simili ai carboidrati poiché apportano 4 kcal per ogni grammo.

Sono parte essenziale della dieta e costituiscono gran parte del nostro corpo. Infatti unghie, ossa, pelle, tessuti muscolari e sangue sono esempi di tessuti che richiedono proteine per essere prodotti, sostituiti e riparati, rendendo pertanto l’assunzione di proteine essenziale per la vita.

Le proteine ingerite, ad esempio quelle contenute nei fagioli, durante la digestione vengono quindi scomposte negli amminoacidi che le costituiscono e vengono poi ricostruite, con sequenze personalizzate da ciascun individuo, nelle proteine che gli servono. Da questo punto di vista, al nostro corpo non interessa affatto da dove provengano gli amminoacidi, se da piante o da animali, basta che siano presenti quelli che gli servono.

Tra tutti gli amminoacidi esistenti (una ventina), meno della metà sono considerati essenziali poiché non siamo in grado di produrli ma dobbiamo assumerli, così come gli altri esseri del regno animale, con l’alimentazione.

Inoltre, è importante conoscere il proprio fabbisogno proteico giornaliero. La quantità di proteine necessarie è limitata dall’età e dal tipo di attività svolta, potendo grossomodo iscriversi in una fascia compresa tra 0,66 e 1,7 grammi per chilo di peso corporeo al giorno, dove minori quantità sono relative a età avanzata e attività sedentaria, mentre maggiori quantità sono richieste durante la crescita e l’attività fisica intensa.
Con “attività sedentaria” si considera fino a 150 minuti di esercizio fisico alla settimana, con “moderata” tra 1-3 ore di esercizio al giorno e con “attività fisica intensa” oltre le 3 ore al giorno.

Dal punto di vista biologico, quindi, dobbiamo apportare una limitata quantità di proteine quotidianamente, avendo cura che contengano tutti gli amminoacidi essenziali.
Fatta salva la quantità di cui appena detto, passiamo alla qualità, per cui possiamo adottare due possibili approcci:

a) utilizzare prodotti di origine animale poiché dette proteine contengono TUTTI gi amminoacidi essenziali
b) impiegare alimenti vegetali combinati in modo da ottenere tutti gli amminoacidi necessari.

Tuttavia, le proteine nel cibo (e non parliamo di supplementi proteici in scatola!) vengono sempre associate con altre sostanze quali grassi, carboidrati, amidi, fibre, sali minerali, vitamine, ecc.

Accostamenti abituali come cerali integrali, legumi e frutta secca sono altamente raccomandati per ottenere il nostro apporto giornaliero, con carboidrati complessi e grassi insaturi di alta qualità.

Poiché normalmente le proteine presenti negli alimenti vegetali contengono solo una parte degli amminoacidi essenziali, il modo corretto di assicurarsi il fabbisogno è mangiare in maniera variata (che è anche sano e divertente!) utilizzando principalmente semi come frutta secca, semi oleaginosi, cerali integrali, legumi e le loro farine, sempre integrali (altrimenti, insieme al germe, perdiamo anche le proteine).
Non mi dilungo in una lunga lista di abbinamenti tra cereali integrali, legumi e frutta secca/semi oleaginosi, poiché le combinazioni possibili sono veramente tantissime ed è pertanto pressoché impossibile trovare la combinazione “sbagliata” che non ci fornisca gli amminoacidi essenziali!
Si può spaziare tra primi piatti come pasta e fagioli, pasta e ceci, riso e fagioli, zuppa di lenticchie, fagioli di tanti tipi e in molte versioni, per non parlare dei germogli e finire con i dolci: torte di noci e nocciole, a base di mandorle, pinoli, ecc.

Le proteine presenti nei cibi di origine animale hanno invece tutti gli amminoacidi essenziali, pertanto vengono definite come proteine “nobili” e quindi possono sopperire al nostro fabbisogno senza necessità di abbinamenti. Per contro, hanno delle limitazioni importanti:

• sono alimenti privi di fibra
• sono cibi normalmente abbinati a grassi saturi e dosi elevate di sodio
• le quantità necessarie sono così ridotte che, per evitare di assumere troppe proteine, dovremmo mangiare prodotti raffinati
• vanno inevitabilmente incontro a rapidi processi putrefattivi che sono mal tollerati dal nostro organismo per via della lunghezza dell’intestino, che ci porta inevitabilmente a conservarli troppo a lungo e sviluppare tossine potenzialmente nocive alla salute

Ricordiamo infine che, a differenza dei carboidrati e dei grassi, le proteine non possono essere accumulate nell’organismo, pertanto le eccedenze debbono essere evacuate a fine giornata sotto forma di amminoacidi nelle urine.
Il caratteristico odore ad ammoniaca durante la minzione è causato dalla porzione “azotata” dell’amminoacido.

Pertanto, mangiare due etti di fiorentina non vi farà diventare più forti (nel senso che non accrescerete così la vostra massa muscolare), mentre certamente metterete sotto sforzo il sistema escretivo del vostro corpo, oltre ad aver consumato (non necessariamente) preziose risorse e – nel probabile caso tale abitudine sia consolidata – vi condurrà a problemi cardiovascolari futuri quasi garantiti.

Se vogliamo concederci dei cibi di origine animale, vuoi per ragioni di gusto, religiose, sociali o altro, cerchiamo di limitarne la frequenza a 2 o 3 volte al mese e, soprattutto, in piccole quantità, ricordandoci durante il pasto di abbinarvi abbondanti quantità di fibre.

 

Guido Rotondi, operatore shiatsu specialista di macrobiotica
N.B: i lettori che volessero proporre un argomento o domande alla rubrica “Una mela al giorno” posso scrivere alla nostra redazione.

La risonanza nella terapia del corpo

Proponiamo ai nostri lettori un interessante articolo del medico tedesco Wilfried Rappenecker, fondatore e responsabile della Scuola Shiatsu di Amburgo, e direttore della Scuola Internazionale di Shiatsu di Kiental (Svizzera). E’ uno dei principali rappresentanti dello shiatsu in Germania e a livello europeo, oltre che autore di vari libri sullo shiatsu. Buona lettura!

Nelle terapie corporee, descriviamo la risonanza come un fenomeno che accade tra terapeuta e paziente. La consapevolezza di se stessi e l’essere presente nel proprio corpo, da parte del terapeuta, sono le basi importanti per la risonanza in un contesto terapeutico.
La formazione e l’esperienza consentono al terapeuta di amplificare la risonanza. Tuttavia, l’operatore da solo non può generare risonanza: la risposta del paziente è essenziale. In questo contesto, la fiducia è un ingrediente essenziale. Lo spazio terapeutico che si manifesta è maggiore e può agevolare di più rispetto allo spazio tra due individui che non sono in risonanza tra loro.
La risonanza modella, in un modo o nell’altro, la comunicazione interpersonale. La risonanza è la base per creare un senso di comunione.

Nello Shiatsu, la risonanza descrive un fenomeno che si crea in ogni situazione terapeutica tra terapeuta e paziente e che si riflette nella percezione del terapeuta e nella reazione del paziente al tocco. La risonanza si verifica sempre quando due persone si relazionano l’una con l’altra. In questo articolo descrivo gli effetti e i prerequisiti per una risonanza amplificata e intensificata nel momento in cui si verifica e che può essere incentivata coscientemente in un trattamento Shiatsu.

Quando la risonanza è amplificata, i pazienti descrivono l’effetto del tocco come significativamente più profondo, sia fisicamente che emotivamente, rispetto a quando non c’è una risonanza intensa. I riceventi si rilassano più facilmente e profondamente. La respirazione diventa più profonda, o più leggera e debole; vi è una sensibile diminuzione del tono tissutale e muscolare; la tensione locale si dissolve.

In uno stato di risonanza amplificata, la percezione del terapeuta si espande dal percepire solo la superficie fisica e le strutture fisiche osservabili a prima vista fino alla percezione dello spazio corporeo, ad esempio con una spalla congelata, un ginocchio infortunato o disturbi psicologici.

Essere presenti nel corpo e la qualità dell’attenzione
Uno stato di maggiore risonanza, in questo senso, richiede che l’operatore sia “presente in se stesso”. Questa frase descrive uno stato in cui il terapeuta percepisce se stesso e il proprio corpo in modo rilassato mentre è impegnato nell’interazione terapeutica con il paziente. Questo stato è vissuto come calmo e centrato, e percepito come piacevole. Anche il ricevente entra in uno stato simile, tra le altre cose attraverso il profondo rilassamento sperimentato nel trattamento.

La consapevolezza verso se stessi e l’essere presenti nel proprio corpo è una base indispensabile per la consapevolezza del terapeuta nei confronti del paziente e del suo spazio corporeo. Questo tipo di consapevolezza non è diffuso, ma orientato e focalizzato. L’affascinante combinazione di espansione rilassata e un chiaro focus facilita un tocco preciso con nient’altro che l’attenzione focalizzata – insieme al tocco manuale; se ritenuto appropriato, addirittura anche al posto di quest’ultimo. Questo tipo di contatto con l’attenzione è possibile su qualsiasi parte del corpo, sulla sua superficie come nella profondità dello spazio corporeo.

È interessante notare che anche piccoli cambiamenti nella posizione, nel pensiero o nell’orientamento mentale del terapeuta possono avere un’influenza considerevole sullo spazio di risonanza formato insieme al ricevente. Ad esempio, se l’operatore si raddrizza e si espande leggermente durante il tocco, le articolazioni come quella della spalla e del polso diventano permeabili e il paziente sperimenterà più libertà e leggerezza; spesso diventerà ancora più profondamente rilassato. Il ricevente sperimenterà il tocco in modi diversi nel proprio corpo, a seconda che l’operatore stia lavorando su un’area con un focus dell’attenzione ben definito o stia pensando a qualcosa di completamente diverso, come la lista della spesa.

Una consapevolezza estesa e focalizzata può e deve essere appresa e praticata. È una specie di pratica del Qi Gong. Gli esercizi del corpo come l’Hatha Yoga e la meditazione possono svolgere un ruolo decisivo in questo tipo di allenamento. I trattamenti stessi possono essere utilizzati come pratica efficace per raggiungere uno stato di risonanza amplificata.

All’inizio, entrare in uno stato in cui è possibile la risonanza spesso richiede coraggio. Richiede coraggio perché richiede che l’operatore si apra, che abbandoni parzialmente il controllo sia di quale suo aspetto emerge all’esterno sia di ciò che può penetrare all’interno. Essere in uno stato di risonanza significa mostrarsi per come si è.

Spazio terapeutico
Sebbene sia importante che il terapeuta sia in grado di entrare in risonanza, l’operatore da solo può innescare il fenomeno che chiamiamo risonanza solo in misura limitata. La risposta del ricevente è essenziale. In quel momento del trattamento, quando il ricevente si rilassa, egli si apre al contatto e stabilisce una connessione (percepibile) con il terapeuta. Questa connessione è un fenomeno di risonanza, che le persone che sono in sintonia con il proprio corpo (ad esempio chi lavora sul corpo, praticanti yoga, ballerini professionisti o attori) percepiranno molto più velocemente e con maggiore intensità. Ciò rende il lavoro con queste persone più facile e più soddisfacente per l’operatore.

Nella connessione qui descritta, la sensazione si manifesta come se terapeuta e paziente condividessero uno spazio comune. Nella nostra Scuola (Ndr. Schule für Shiatsu Hamburg) chiamiamo questo spazio di risonanza lo Spazio terapeutico. La formazione e l’esperienza da parte dell’operatore rendono più facile la nascita di questo spazio.

La fiducia è un ingrediente essenziale dello spazio di risonanza descritto sopra. Il tocco consapevole dell’operatore e la sua presenza rilassata permettono al paziente di rilassarsi e fidarsi dell’ambiente e del tocco. La fiducia aumenta il potenziale di risonanza nel sistema umano e quindi la sua forza. La fiducia, quindi, facilita uno stato interiore in cui le parole e il tocco hanno un effetto più profondo, favorendo l’autoregolazione e l’auto-guarigione. A mio parere, questa è una componente importante di qualsiasi effetto terapeutico (anche nel contesto di un intervento medico tradizionale, come sa qualsiasi dottore in medicina) e una delle basi dell’effetto placebo.

Non tutti i riceventi sono in grado di aprirsi immediatamente allo spazio di risonanza che si sviluppa. Ad esempio, offrire questo spazio a persone traumatizzate può innescare paura e chiusura. In questi casi, l’esperienza del terapeuta è di grande importanza per continuare ad offrire apertura e accettazione unilateralmente, e allo stesso tempo comprensione e rispetto per la chiusura del ricevente come atto necessario in quel momento.
Nello spazio terapeutico, terapeuta e paziente comunicano tra loro. Informazioni verbali e soprattutto non verbali diventano accessibili; informazioni che vanno al di là delle semplici impressioni fisiche e comprendono aspetti emotivi e aspetti della vita del ricevente. Generalmente, in base alla sua formazione e all’esperienza professionale, il terapeuta può usare consapevolmente queste informazioni per lavorare con il paziente. A causa della natura della risonanza, i pazienti allo stesso modo ricevono informazioni sul terapeuta, ma di solito non ne sono consapevoli. Sia il transfert che il contro-transfert sono fenomeni dello spazio (di risonanza) terapeutico.

In un trattamento “sicuro”, lo spazio di risonanza terapeutica si sviluppa spontaneamente e senza alcuna azione cosciente delle persone coinvolte. Tuttavia, può anche essere indotto dall’operatore in base alla propria formazione ed esperienza. Importanti sono una percezione esperta, un approccio consapevole e il rispetto dell’integrità del paziente. Solo allora si svilupperà un ambiente terapeutico che differisce sostanzialmente da uno non risonante.

Risonanza nella vita di tutti i giorni
Quello che io definisco “Spazio terapeutico”, secondo il mio punto di vista e la mia esperienza, esiste in ogni comunicazione interpersonale. Il linguaggio è solo uno degli strumenti essenziali per la comunicazione e, insieme ai gesti, all’espressione facciale e al linguaggio del corpo, nonché ai molti modi di comunicare, influenza e modella lo spazio comune formato dagli esseri umani quando si relazionano consciamente o inconsciamente l’uno con l’altro.

Presumo che vivere e relazionarsi reciprocamente nello spazio di risonanza abbia anche un ruolo importante, se non centrale, nella vita quotidiana delle persone; che sia alla base di tutte le decisioni importanti, e che porti colore nelle nostre vite che sperimentiamo nell’unione con gli altri. La risonanza è una base del senso di comunione.

Un tentativo di spiegazione
Nel tentativo di trovare una spiegazione per i fenomeni osservati nella terapia corporea come descritto sopra, il termine “risonanza”, preso a prestito dalla fisica quantistica / delle particelle, mi sembra molto utile. La risonanza si verifica quando due corpi o spazi vibratori si relazionano e si influenzano a vicenda. In questo concetto, l’essere umano nel suo insieme (cioè il corpo umano, includendo possibilmente lo spazio circostante così come sentimenti e pensieri) è visto come uno spazio capace di risonanza.

Nelle terapie corporee un corpo eretto e rilassato, che “si mostra” e che può entrare apertamente in risonanza, è quindi di grande importanza. Una tensione marcata nel corpo dell’operatore (ad esempio nelle spalle, nel collo o nei polsi) limiterà lo spazio di risonanza.

Meno è compromessa la capacità vibrazionale, più facile sarà per gli spazi vibrazionali risuonare tra loro. Tipici fattori attenuanti nel corpo umano sono tensioni causate da stress, ansia, ambizione, ecc. Se il corpo reprime certe esperienze dolorose e se questa repressione viene continuamente accumulata, ci saranno blocchi sia a livello emotivo che fisico. Ciò può gravemente limitare la capacità vibrazionale del sistema. Questo vale per quasi tutte le persone, ma in particolare per quelle con, ad esempio, un disturbo da stress nevrotico o post-traumatico o con personalità borderline.

Terapie corporee come lo shiatsu, ma anche la psicoterapia, perseguono l’obiettivo di dissolvere tali blocchi e aumentare la capacità vibrazionale dell’intero sistema di una persona. Se la capacità vibrazionale del sistema di un paziente aumenta durante il trattamento, sarà più facile trovare soluzioni al problema in essere.

Wilfried Rappenecker

La tarda estate

Dal nostro nuovo libro intitolato “Ricette per le cinque stagioni – L’energia dei cibi secondo la macrobiotica moderna”, di Giuseppe Sivero, ecco alcune indicazioni per vivere al meglio la “Quinta stagione”, ovvero la tarda estate. Nel volume, a breve disponibile, troverete anche le relative ricette per questo periodo. Buona lettura!

CIBO PER LA TARDA ESTATE

Da giugno ad agosto il caldo progressivamente aumenta, con il sole, sorgente di vita, che ci scalda e ci spinge a uscire, a divertirci, a viverci il piacere dei sensi.
Verso fine agosto, però, il caldo comincia a calare e la sera ci si mette un maglioncino e ci si protegge in attesa dell’arrivo dei primi freddi.
Di giorno il caldo ci gratifica ancora, ma sentiamo nell’aria l’autunno che arriva.
È il periodo della raccolta: noi cominciamo a raccoglierci di più in noi stessi e i nostri antenati cominciavano a raccogliere le scorte per l’inverno.
È la Tarda Estate o Estate Indiana: un periodo dolce, di sole tiepido, dai colori meno accesi, di passaggio fra l’estate e l’autunno in cui sembra che tutto sia fermo, una stasi in attesa di un cambiamento più radicale. Questo momento di passaggio è tipico di tutti i cambi di stagione ma in questo periodo è molto più evidente.
In MTC viene associato all’energia Terra, simile al terreno del sottobosco, che è un terreno solido che ci sostiene, ma nello stesso tempo elastico e morbido.
Gli organi associati sono Stomaco e Milza, che ci danno la possibilità di provare Compassione e di vivere il sentimento dell’Empatia
Il gusto è il Dolce, non quello dello zucchero ma quello naturale dei cereali e delle verdure cotte. Il colore è il giallo ocra.

I cibi che sostengono questa fase sono:
Cereali: miglio
Verdure: tutte quelle dolci, di colore arancio-gialle e tonde
Cotture: stufati, cotture più lunghe a fiamme più basse, mescolando poco

Giuseppe Sivero, “Ricette per le cinque stagioni”, Shiatsu Milano Editore

Il linguaggio del tocco

In Pediatria sono numerosi i bambini stranieri e spesse volte è difficile comunicare con le mamme perché non conoscono l’italiano e io non conosco altre lingue.

Entro in una stanza, c’è una mamma straniera con una neonata in braccio; mi presento e le chiedo se desidera il trattamento per la piccola. Mi risponde di no, soprattutto perché non comprende quello che le dico. Si vede che la bimba è sofferente, ha la cannula dell’ossigeno e altri sondini. Mi dispiace lasciarla così e insisto un po’ dicendo che il trattamento porterebbe sollievo alla piccola; acconsente. Comincio a lavorarla e rimango stupita dalla rigidità presente nelle gambine. La tratto e miracolosamente avviene il dialogo con la mamma, un dialogo fatto di gesti e di ascolto del corpo. Le faccio sentire le contrazioni e come intervenire per scioglierle; mi conferma che la bimba scarica con difficoltà e insieme lavoriamo per allentare le tensioni. Si vede chiaramente che la piccola gradisce; termino con il massaggio del viso e la mamma mi chiede spiegazioni.
Esco dalla stanza con la sensazione di avere confortato e alleviato la solitudine di mamma e bimba.

Entro in un’altra stanza e trovo mamma e figlia di circa 12 anni; la prima cosa che mi dicono è che non parlano italiano. Con i gesti indico che vorrei fare il trattamento alla ragazza e per questo non serve parlare; acconsentono.
All’inizio Maria ride e ancora ride; c’è imbarazzo. Ma superato questo momento, non oppone più resistenza e posso procedere tranquilla con il mio lavoro. La lascio completamente rilassata e mezza addormentata.

Ma ci sono anche altre situazioni che rendono inutile il linguaggio:

Anna, 3 anni, ha occhi bellissimi ma la mamma mi dice che è sorda e cieca. La tratto e si lascia toccare con piacere, sembra assaporare ogni attimo del mio contatto, mi dà l’impressione che tutti i sensi siano in ascolto. Anche il mio trattamento è diverso: di solito rassicuro il bambino con un sorriso, con una parola; questa volta invece tutto quello che desidero comunicare deve passare attraverso le mie mani.

Queste sono esperienze fatte con soggetti con cui era impossibile comunicare verbalmente; tuttavia anche quando c’è la possibilità di parlare, grazie al tocco è più facile dialogare, perché il contatto porta sollievo, comprensione e unione.
La pelle è il nostro primo mezzo di comunicazione: grazie al tatto, possiamo andare oltre la parola, stabilendo un modo diverso di dialogare. Un bambino toccato con amore sa che non è solo e per questo è importante lo shiatsu.
Non è un caso se il verbo “toccare” viene usato anche per indicare un sentimento, un’emozione: “toccante” per commovente, “tenersi in contatto” per restare in comunicazione, “essere toccati” per coinvolgimento emotivo.

Marisa Fogarollo, autrice di “Shiatsu & Bimbi” e “Shiatsu per un armonico sviluppo dei nostri ragazzi”

Equilibrio e armonia

Il mese di settembre tradizionalmente rappresenta l’inizio di un nuovo ciclo di studio e di lavoro, il rientro dalle vacanze e il cambio di stagione. Con l’equinozio di settembre passiamo dalla stagione calda dell’estate verso quella fredda dell’autunno.
La transizione comporta sovente un po’ di disagio, visto che per sopravvivere al caldo, specialmente se consumiamo le specialità locali, in estate abbiamo mangiato cibi che rinfrescano (le varietà yin), molta frutta e verdura cruda, insalate di riso e di pasta, insomma alimenti vegetali di stagione che crescono e la natura ci offre nel luogo dove siamo.
Quando sopraggiunge il primo freddo, le nostre necessità cambiano: dobbiamo nutrirci con cibi dall’effetto più riscaldante (effetto yang) per sentirci bene, e castagne e nocciole inevitabilmente prenderanno il posto di albicocche e pesche.

É importante valutare con attenzione l’intensità del proprio “disagio” poiché ci permette di capire quanto equilibrata sia stata la nostra alimentazione sino a quel momento; infatti, meno risentiamo del cambio di stagione, meglio ci siamo nutriti e siamo, come dovrebbe essere, in armonia con la natura.
A chi piace variare spesso l’alimentazione, la transizione facilmente non creerà grossi problemi. Varietà spesso coincide con molti prodotti vegetali freschi, e quindi maturati nel momento e nel luogo dove si consumano.

Per questo è consigliabile rifornirsi il più possibile di prodotti freschi recandosi al mercato locale per trovare cibi di stagione abbondanti, freschi, persino economici e spesso di prossimità.
I venditori sono spesso loquaci e volentieri ti spiegano come preparare i loro prodotti per gustarli appieno e i trucchi per conservarli al meglio, per ridurne gli scarti o per riconoscere quelli di qualità da quelli più scadenti.

E infine, se i soldi sono un problema, come spesso accade ad esempio nelle famiglie numerose, recatevi al mercato in prossimità dell’orario di chiusura, così troverete i prezzi migliori della giornata e sconti per quantità, visto che il venditore preferisce “liberarsi” della merce a buon mercato piuttosto che doverla ricaricare e gestire sino alla giornata seguente, con la certezza che durante il viaggio si deteriori ulteriormente.

In conclusione, rientriamo dalle ferie con una salutare passeggiata al mercato!

Guido Rotondi, operatore shiatsu specialista di macrobiotica
N.B: i lettori che volessero proporre un argomento o domande alla rubrica “Una mela al giorno” posso scrivere alla nostra redazione.

Ricette per le cinque stagioni

Anticipiamo ai lettori più curiosi che da diversi mesi stiamo lavorando a un libro di ricette intitolato “Ricette per le cinque stagioni – L’energia dei cibi secondo la macrobiotica moderna”, di Giuseppe Sivero. L’autore, consulente macrobiotico e operatore e insegnante shiatsu, nel 1980 ha fondato e gestito, a Verona, “La Coccinella”, uno fra i primi ristoranti vegetariani e naturali d’Italia, e dal 1985 tiene regolari corsi di cucina naturale ed energetica.
Si tratta di un piccolo volume in cui cercheremo di dare dei consigli su come scegliere il cibo più adatto alle nostre esigenze energetiche, con un occhio di riguardo al cibo più adatto ad ogni stagione. In attesa della sua pubblicazione, prevista per il prossimo autunno, vi anticipiamo alcuni consigli che valgono per tutte le stagioni e l’introduzione alle ricette per l’estate. Buona lettura!

Consigli per tutte le stagioni

Vi sono alcuni consigli che valgono per tutte le stagioni:
1) Usate cibo di buona qualità. Qualsiasi sia il cibo che mangiate, cercate di fare in modo che non contenga prodotti chimici di sintesi, cioè quelle sostanze che fino alla fine dell’800 non esistevano e che l’uomo, imitando la natura, ha creato in laboratorio. Questo vale sia nella produzione che nella trasformazione.
2) Imparate a leggere le etichette dei cibi confezionati e chiedetevi che tipo di impatto ha il cibo che usate sull’ecosistema dell’intero pianeta.
3) Mangiate solo quello che è necessario e lasciate il resto: questa è una forma di rispetto verso gli altri esseri viventi e l’ambiente. Uno stile di vita più in armonia con la natura non può prescindere da questo.
4) Considerate l’alimentarsi un atto che ha la sua sacralità, come facevano i nostri vecchi. Pertanto, quando si mangia bisognerebbe essere il più presenti possibile, masticando molte volte e lentamente senza farsi distrarre da TV, cellulari o riviste.
5) Fate una vita il meno sedentaria possibile. Non serve essere degli atleti ma semplicemente, ogni tanto, prendersi degli spazi per fare qualche camminata e qualche piccolo esercizio fisico.

Cibo per l’estate
Il solstizio (composto da sol-, “sole” e -sistere, “fermarsi”) d’estate (dal latino Aed-stats, “calore”) è il 21 giugno, il giorno più lungo dell’anno. È il momento in cui la luce, dopo aver raggiunto il suo massimo, comincia la fase calante, lasciando ogni giorno sempre più spazio al buio.
Qui l’energia creata della primavera raggiunge l’apice e, in Medicina Cinese, viene associata all’immagine del Fuoco: una energia che dal centro si irradia verso l’esterno, va in tutte le direzioni e trasmette calore.
Gli organi associati sono Cuore e Intestino Tenue, che ci danno la possibilità di esprimere l’emozione della gioia (intesa come soddisfazione di aver ottenuto lo sperato). Il gusto è l’amaro e il colore è il rosso.

I cibi che sostengono questa fase sono:
Cereale: mais
Verdure: verdi a foglia larga, germogli, verdure fermentate, frutta
Cotture: cotture brevi, cibo crudo, verdure saltate, cotture veloci

Giuseppe Sivero, “Ricette per le cinque stagioni”, Shiatsu Milano Editore

Veburger

Veburger, ecco una ricetta interessante che permette di riciclare gli avanzi di pane secco e che può soddisfare la voglia di hamburger senza bisogno di utilizzare la carne.

Ingredienti:

Per il veburger
200 gr di fagioli rossi o borlotti secchi
100 gr di funghi freschi
4 o 5 cucchiai da minestra di pan grattato o avena
2 cucchiai di olio EVO
1 carota grossa
1 cipolla
1 spicchio d’aglio
sale

Per la guarnizione:
16 ravanelli
4 panini tondi (*)
1 pomodoro
50 gr di spinaci freschi in foglia

(*) i panini da hamburger normalmente contengono zucchero, pertanto cerchiamo da un panettiere qualcosa di adatto, come un panino “tartaruga”, un “portafoglio tondo” o un “arabo”. La ricetta viene comunque benissimo anche senza il panino, con un contorno di insalata.

Preparazione:

Mettere in ammollo mezza giornata i legumi e cucinarli in pentola a pressione per circa 25-30 minuti, quindi scolare e lasciare raffreddare.

In seguito pulire la carota e sbucciare cipolla e aglio. Pulire e tagliare a fettine sottili i funghi.
Triturare e soffriggere in olio EVO la carota, l’aglio e la cipolla; una volta iniziata la doratura, aggiungere i funghi. Quando si sarà asciugato, spegnere e lasciare raffreddare.

Triturare i fagioli sino ad ottenere un composto abbastanza omogeneo.

Amalgamare in un contenitore il soffritto con i fagioli e il pane grattato sino ad ottenere un impasto sufficientemente solido, quindi, inumidendo le mani, dare forma ai veburger.

In una padella calda scottare i vebuger sinché prendono colore.
Preparare la guarnizione per il panino inserendo le fettine di ravanello con le foglie di spinaci e il pomodoro tagliato a fette; in alternativa, come accompagnamento, metterla nel piatto tagliando i pomodori a spicchi irregolari e le foglie di spinacio unite al ravanello a fettine, e condire a piacere.

NOTA: se si desidera smorzare il sapore “piccante” del ravanello, bisogna sbucciarlo.

Buon appetito!

Guido Rotondi, operatore shiatsu specialista di macrobiotica

N.B: i lettori che volessero proporre un argomento o domande alla rubrica “Una mela al giorno” posso scrivere alla nostra redazione.