I nostri auguri di buon anno

All’inizio di questo nuovo anno che sembra ci permetta di crescere, io, Valentina, Paola e Maria Rosa desideriamo fare i migliori auguri per un felice 2018 a chi legge le nostre newsletter e pubblicazioni e ai responsabili delle librerie che distribuiscono i nostri libri.
Porgo inoltre un ringraziamento sentito a tutti gli appassionati di shiatsu e discipline bionaturali che ci hanno seguito da quando, nel 2011, è nata la nostra piccola casa editrice, apprezzando il nostro impegno nel far conoscere il Keiraku Shiatsu (shiatsu dei meridiani) originale di Masunaga, oltre che altri stili di shiatsu tramite libri scritti da importanti insegnanti Italiani.

Abbiamo iniziato la nostra attività scegliendo di tradurre dal giapponese alcuni tra i numerosi scritti del maestro Shizuto Masunaga, svolgendo un lavoro d’equipe che si è rivelato molto impegnativo a causa del contenuto specifico e talvolta filosofico dei testi e la relativa difficoltà di traduzione. In questa opera di diffusione del Keiraku Shiatsu siamo aiutati dal figlio di Shizuto, Haruhiko Masunaga, attuale direttore del Centro Iokai di Tokyo, che tiene regolarmente in Italia seminari di Keiraku Shiatsu da noi organizzati.
Dopo aver frequentato nel 2011 un corso al Centro Iokai, nel 2012 abbiamo iniziato traducendo e pubblicando “Racconti di 100 trattamenti” di Shizuto Masunaga, un classico da mettere nella propria biblioteca, che illustra il modo di lavorare del maestro e la filosofia dello shiatsu dei meridiani. Abbiamo proseguito pubblicando “Manuali di shiatsu” 1°, 2°, 3° e 4° mese, ancora oggi utilizzati come libri di testo al Centro Iokai e da alcune scuole shiatsu italiane, manuali che approfondiscono le caratteristiche principali del Keiraku Shiatsu già espresse nel libro “Zen Shiatsu” (Edizioni Mediterranee).
Altre tre nostre pubblicazioni permettono di integrare la conoscenza del Keiraku Shiatsu, in quanto i loro autori partono da una conoscenza approfondita dello stile di Masunaga. Akinobu Kishi, assistente di Masunaga per dieci anni, nel libro “Sei-ki – Life in resonance” fornisce una interessante documentazione dello shiatsu di Masunaga negli anni ‘60/’80 e del cambiamento che l’ha portato a creare un proprio stile con una connotazione più spirituale. Aldo Ricciotti, nel suo “Shiatsu Ryu Zo – I principi della cura” si riferisce allo shiatsu di Masunaga come partenza per arrivare al proprio stile basato sui quattro principi “essere presente, lasciarsi sostenere, soddisfare i bisogni ed apprezzare i cambiamenti”. Attilio Somenzi, nel suo “Lo shiatsu e il pensiero macrobiotico”, dopo un’esposizione esaustiva dello shiatsu di Masunaga rileva come lo shiatsu e la macrobiotica abbiano delle affinità, soprattutto nella ricerca del benessere psicofisico.

Naturalmente la nostra casa editrice spazia nel campo dello shiatsu, e abbiamo dato voce anche alle insegnanti Marisa Fogarollo, specializzata in bimbi e adolescenti, autrice di “Shiatsu & Bimbi” e “Shiatsu per un armonico sviluppo dei nostri ragazzi”, e Paola Mantovani, che in “Shiatsu – l’arte di stare bene” illustra uno stile frutto dei propri studi di Medicina Tradizionale Cinese e degli stili di Masunaga e Ohashi.
Molto interessanti poi la biografia del grande Tokujiro Namikoshi scritta dal figlio Kazutami in “La figura di mio padre Tokujiro Namikoshi”, un testo inerente la cultura cinese e taoista dedicata agli estimatori del pensiero musicale in generale (“Il Tao della musica”, dell’insegnante e studioso Antonio Gatti), e “Corpo naturale mente naturale” in cui il famoso pioniere della macrobiotica Bill Tara ne affronta i fondamenti filosofici.

Il 2018 sarà ricco di novità perché, oltre ad organizzare i seminari di Keiraku Shiatsu con Masunaga a giugno, stiamo lavorando a due pubblicazioni (una sul Do-in e una sull’Anpuku Zukai), oltre ad aver iniziato la traduzione di un nuovo testo di Shizuto Masunaga (“Shiatsu con i meridiani”).
Ci piacerebbe avere un riscontro dai lettori sul lavoro che stiamo facendo e, se avete letto qualche nostro libro, sarebbe gradita una recensione (più o meno positiva): sul nostro sito (nella sezione “catalogo”) è possibile inserirle, previa registrazione.
Grazie,

Roberto Palasciano, responsabile editoriale

Ryu-Zo: la qualità della pressione

Proponiamo ai nostri lettori un estratto dal nuovo libro appena pubblicato “Shiatsu Ryu Zo – I principi della cura” di Aldo Ricciotti, che illustra la qualità dei due tipi di pressione Ryu (letteralmente “drago”) e Zo (“elefante”) alla base di questo peculiare stile di shiatsu. Siamo certi che lo troverete interessante. Buona lettura!

“La prima riflessione che occorre fare quando s’introduce la qualità della pressione è che cosa s’intenda per qualità.
Nella lingua italiana questa parola si usa con due significati principali. Il primo per indicare quali siano le caratteristiche che rendono un oggetto, un animale, una persona, quello che è.
Ad esempio si può dire: le qualità, che rendono il vetro tale sono…, le qualità che rendono un animale un mammifero sono…, le qualità che rendono un essere umano un atleta sono…
Esiste un altro modo di usare la parola “qualità” e cioè quando si usa per significare che un oggetto, un animale, una persona è di valore e ci troviamo davanti a qualcosa o qualcuno con standard elevati. Ad esempio: questo vino… questo tessuto… questo cavallo… quest’insegnante… è di qualità.
Riguardo allo Shiatsu Ryu Zo usando la prima accezione, ritengo si sia in ipotesi di Scuola e perciò di didattica. Si sarebbe cioè nel caso in cui si cerca di astrarre qualche caratteristica della pressione (profondità, intensità, durata, ritmo, modalità di entrata e di uscita, permanenza, ecc.) per poi cercare di esercitarle e divenire abili a riprodurle.
Nella realtà del trattamento è, però, la seconda accezione che entra in gioco e cioè quando si può dire “sì, questa è una pressione di qualità”. Ritengo che si possa dire nel momento in cui Ukè abbia ricevuto da parte di Torì una pressione vicina ai propri bisogni.
Più Torì è stato abile a fornire a Ukè quanto serviva al suo riequilibrio, più siamo di fronte ad una pressione di qualità. Ora però intendo approfondire il punto di vista collegato con la prima accezione della parola qualità, descritta all’inizio di questo paragrafo.
Identificherò allora due qualità pressorie con le caratteristiche relative e le modalità necessarie a Torì per effettuarle: la pressione Zo-Elefante e la pressione Ryu-Drago.
Nello Shiatsu Ryu Zo, infatti, tutti i modi pressori possibili sono sfumature o combinazioni di queste due polarità.
Per pressione Zo s’intende una pressione di elevata entità, portata con la concentrazione posta sulle strutture fisiche del corpo di Ukè ossia ossa, muscoli, articolazioni, fasce e dinamiche relative.
Normalmente è effettuata sulle zone più “strutturate”(schiena, arti, ecc.) ma vi sono eccezioni. Anche la concentrazione di Torì è posta sulla struttura del corpo fisico. Questo significa che Torì cercherà di creare una posizione, forte, stabile, ben equilibrata, partendo dalla quale abbandonare il proprio peso senza esitazioni e con consapevolezza su Ukè.
Inoltre Torì utilizzerà figure geometriche di tipo triangolare, quadrato o rettangolare come immagine esterna con la quale disporre il corpo nello spazio. Questa geometria esterna si accompagna però sempre a una interna, fluida e circolare. Molto importante è, infatti, rimanere rilassati e non “spingere” in alcun modo. L’idea di generare forza è comunemente accompagnata dall’idea di doversi contrarre. Se ciò accadesse, sarebbe controproducente sia per Torì sia per Ukè.
Torì rischierebbe di prodursi problemi poiché, se protratta nel tempo, la pratica di usare la propria forza per fare pressioni è inevitabile procuri danni sia fisici, sia energetici, oltre a risultare molto stancante. I danni fisici per Torì sarebbero dovuti al sovraccarico delle articolazioni e della muscolatura.
Quelli energetici, invece, deriverebbero da una sorta di “congestione” divisibile in due aspetti: il primo fisico, generato dalla rigidità che comporta lo sforzo muscolare dal quale consegue un ostacolo al libero flusso dei Canali, il secondo mentale, creato dal tipo d’intenzione che origina l’uso eccessivo della forza muscolare, quando Torì cioè, consciamente o meno, immagina si trovi qualcosa in Ukè che, come un peso o una resistenza, sia necessario spostare o vincere.
Per Ukè una pressione di quel tipo può divenire molto fastidiosa. Inoltre causa inevitabilmente una reazione di difesa, innescando nella relazione Torì/Ukè un circolo chiuso assolutamente negativo. Occorre anche rilevare che: ogni volta nella quale si applica una forza, un’energia, la stessa forza, la stessa energia si rivolge verso di noi. Perciò è fondamentale che nell’applicare la modalità Zo, Torì applichi sempre i Quattro Principi dello Shiatsu Ryu Zo.
Vi è un altro elemento. Per quanto possa sembrare che il lasciarsi sostenere sviluppi andamenti di forze rettilinei, questo è vero a un livello molto iniziale dell’apprendimento dello Shiatsu Ryu Zo.
Terminata la formazione di Scuola, è fondamentale che Torì impari a riconoscere gli elementi spiraliformi delle forze applicate mediante il lasciarsi sostenere. Quando si usa il pollice, occorre studiare e bilanciare accuratamente il lavoro delle altre dita, del gomito e della spalla. Quando si usi il palmo, va accuratamente compreso come disporlo sulla superficie ricevente, lasciando che si modelli a essa e studiando gli angoli con i quali lavorare. Usando gomito e ginocchio, occorre comprendere il lavoro delle mani di sostegno.
In tutti questi casi anche il movimento di Hara non è semplicemente lineare ma parte da sottili e fluidi assestamenti che percorrono traiettorie tonde, ellissoidali o spiraliformi.
Perciò la Pressione Zo-Elefante anche se in apparenza sembra facile da eseguire, in realtà nella sua esecuzione non è per nulla scontata e contiene, sebbene non così evidenti, elementi Ryu.
La Pressione Ryu-Drago è, viceversa, una pressione di entità lieve o molto lieve, nella quale l’attenzione è posta sulle strutture energetiche (Canali, Tsubo, Chakra, ecc.) e sul respiro, sia di Torì che di Ukè. Viene più comunemente portata su strutture “piene” (cranio, sacro) ma può essere applicata ovunque.
Torì organizza il corpo contando su immagini esterne circolari, ellittiche o spiraliformi, sull’idea di flusso o pulsazione e sulla sensazione del respiro che ci respira. Può anche aiutare allineare i propri centri con quelli di Ukè. Fondamentale mantenere un ottimo allineamento della colonna vertebrale e un libero flusso del respiro.
Importante è che diminuendo l’entità della pressione aumenti la qualità della presenza di Torì. Lavorando con questa qualità di Pressione, spesso si attivano in Ukè e Torì auto aggiustamenti più o meno marcati del corpo e del respiro, sensazioni di flusso e calore, visualizzazioni di colori, liberazioni di stati emozionali.
Senza lasciarsene troppo impressionare, sono comunque segnali di profondi riequilibri in atto. Anche utilizzando questa polarità pressoria, vi sono dei rischi per Torì.
Il primo è l’inconsistenza. L’utilizzo della qualità Zo della pressione garantisce comunque una certa efficacia. Portando a termine la pressione Ryu, se non si curano i particolari, si rischia di rimanere nel vago e perdersi nella fantasia di una pressione oppure in una pressione immaginata. Occorre comprendere bene quali parti del corpo rilassare e quali mantenere toniche. In questa dialettica si sviluppa l’efficacia della pressione Ryu. Le spalle vanno lasciate completamente morbide, mentre il dorso va mantenuto allineato ma non rigido così come il torace. La zona lombare mantiene un certo tono (polarità Zo) verso avanti mentre l’addome è morbido e libero.
La testa riposa sul collo senza spingersi in avanti. Vi è poi un’attitudine interna, che va sviluppata negli anni, dove non si segue né ci si oppone, ma si è con, assieme. Quindi, nella pressione Ryu, Torì si dispone con un’attitudine esterna Ryu mentre la zona di Hara mantiene un tono Zo solido. Qui si sfuma nell’Isshin che poi descriverò.
Nello Shiatsu Ryu Zo lo studio di queste polarità pressorie è introdotto a un livello post diploma. Ritengo, infatti, occorra disporre prima dei Quattro Principi e poi approfondirne l’applicazione”.

Aldo Ricciotti

Protezione e circolazione

Ogni essere umano ne va in cerca, ne ha bisogno. Anche i più forti e i più duri. Quando mancano, sei indifeso, solo verso il mondo. Questa mancanza alla lunga stanca. Ti toglie energie, fiducia. Un senso di solitudine ti avvolge. Anziché proteggerti, ti denuda , ti lascia indifeso. Anziché circolare, rimani immobile, ghiacciato.
Capisci in questo momento l’importanza del gruppo, delle persone, del senso di appartenenza. Capisci che essere solo, quando ne sei obbligato, può mutuarsi in stati di malessere e malattia. Capisci che confrontarsi con gli altri, far circolare le tue idee e opinioni anche con chi la pensa diversamente da te, serve. Serve per imparare, apprendere, conoscere, divulgare.
Questa mancanza, fisicamente, si traduce in problemi di regolazione della temperatura corporea e di funzionamento degli organi afferenti. Ti chiedi come mai hai freddo. Perché non riesci a trovare quel calore che protegge il tuo cuore. Metaforicamente e anatomicamente.
Da un po’ di tempo anch’io ne soffro. Non ne capivo il perché, soffrendone senza trovare rimedio. Anche se in realtà, in questo periodo, mi sento fuori da tutto, da qualsiasi gruppo voglia fare parte, e senza circolazione. Anzi circolante, sì, ma come un criceto sulla ruota, a moto perpetuo. Stanchezza senza profitto.
Ma fortunatamente la mia capacità di ascolto e la mia consapevolezza mi sono venute in soccorso. Mi hanno aiutato a capire cos’era che non andava. Dove occorreva rimediare. Alla fine ci sono riuscito.
Sembrerà strano, ma tutto si è risolto ricordandomi che tempo prima avevo controllato la caldaia di casa, per regolare la pressione. Avendola spenta, mi si era spento l’orologio del termostato. Ci credo che avevo freddo. Il riscaldamento non partiva più. Come facevo a riscaldarmi?
Certo, la mancanza di gruppo e di circolazione di idee rimane. Ma almeno, se pur solo, sono al caldo. Mica poco.

Giuseppe Varriale, operatore shiatsu

La dieta

Una parola capace di scatenare l’immaginario, di evocare castighi, privazioni e ristrettezze alimentari.
Se scriviamo la parola “dieta” in un motore di ricerca, otteniamo corrispondenze dell’ordine delle centinaia di milioni, la maggior parte delle quali sono suggerimenti, principalmente alimentari, legati a problemi di sovrappeso, ma anche di intolleranze alimentari.

Per chiarezza occorre però ricordare che, etimologicamente, dieta significa STILE DI VITA.
Ciò fa luce su diversi aspetti, spesso trascurati, come il fatto che la dieta non possa prescindere dall’individuo che la segue. Chi siamo, cosa facciamo, come e dove viviamo sono aspetti fondamentali al fine di stabilire la dieta adatta a noi.
Come spiega bene Bill Tara nel suo libro “Corpo Naturale Mente Naturale”, un’anziana pensionata di 50 kg che vive in Florida non potrà alimentarsi allo stesso modo di un giovane boscaiolo norvegese di 90 kg.
Infatti vivere in un clima caldo, tropicale o subtropicale, passando gran parte della giornata al chiuso in un ambiente a temperatura ed umidità controllata, stabilizzerà il nostro metabolismo in modo completamente diverso da chi passa la propria giornata all’aperto, in un ambiente nevoso e praticando un’attività fisica intensa che richiede un grande apporto di energia.
Aggiungiamo inoltre che l’alimentazione di ciascuno evolve comunque nel corso della propria stessa esistenza, perché le esigenze di crescita e sviluppo cambiano continuamente dall’infanzia alla fanciullezza, passando per l’adolescenza e transitando all’età adulta in avanti, quando la crescita fisica è terminata, ma l’attività fisica può essere assai varia.

Quindi, prima di iniziare una qualsiasi dieta è opportuno domandarsi se, una volta ottenuto il risultato desiderato – siano chili, centimetri, colesterolo o altro – ricominceremo la vita di prima oppure ne approfitteremo per riconsiderare scelte e comportamenti, onde evitare che si ripresenti la necessità di mettersi a dieta.
Personalmente ritengo che mangiare è e dovrebbe essere un piacere in ogni circostanza, tuttavia non dovrebbe essere “il piacere” della giornata.

Se mangiare diventasse la principale soddisfazione del giorno, facilmente inizieremmo a mangiare probabilmente cibi il cui solo scopo è quello di stimolare la sensazione di ricompensa ed inoltre, per l’effetto di “assuefazione”, per ottenere lo stessa “ricompensa” tenderemmo a ingerirne quantità sempre maggiori.
La conseguenza di tale approccio è quella di trasformare il cibo da forma di nutrizione e sostentamento a metodo di compensazione per uno “stile di vita” poco appagante, che alla lunga ci presenterà il conto.

Guido Rotondi, operatore shiatsu specialista di macrobiotica

La morte per la rinascita

Proponiamo ai nostri lettori un articolo di Pierpaolo Alioto per  approfondire il tema della 3° Serata della Vitalità “La consapevolezza del cambiamento: il Bardo e la Grande Liberazione”, che si terrà a gennaio. Il pezzo è tratto dal suo libro “Psicogenealogia e Costellazioni Familiari. Riconoscere e far rivivere le proprie radici”. Buona lettura.

“Uno degli aspetti della vita che viene più ritualizzato è la morte, intesa sotto i più svariati punti di vista. Al concetto di “morte” è strettamente legato quello della trasformazione, del passaggio, del cambiamento, quindi dell’abbandono di una condizione o di uno stato, per abbracciarne altri nuovi. Per esempio, la morte sociale è intesa come crisi della presenza, come abbandono di uno stato sociale per dirigersi verso un altro più evoluto.
La morte significa anche perdita dell’individualità ed è proprio la paura di tale abbandono che genera il trauma della morte. Quindi, la nascita della coscienza della morte è strettamente correlata alla nascita dell’individualità. Con il nascere della coscienza si sviluppa anche l’idea della morte quale evento della vita, ma paradossalmente assume un carattere molto forte anche il senso di immortalità. La coscienza della morte è influenzata, poi, anche dal vivere degli individui all’interno di gruppi sociali, così che essa ne esce condizionata dal confronto con il gruppo.
È il caso, per esempio, delle guerre, in cui l’aspetto sociale prevale su quello individuale, in cui viene inibita o addirittura annullata la paura della morte; al contrario, nei casi di suicidio, a prevalere è la separazione tra individuo e società: l’individuo considera la società estranea ed incapace di sostenerlo, così l’orrore della morte aumenta a dismisura fino a diventare un’ossessione, portandolo, in una solitudine disperata, al triste epilogo.
La cultura influisce, quindi, sul modo di intendere la morte e di trascenderla, così da arrivare alla creazione simbolica di un più ampio orizzonte, senza il quale gli uomini rischierebbero di cadere in preda alla pazzia.
La pazzia è un evento che rischia di intervenire concretamente in ogni momento critico della nostra esistenza, quando la vita ci pone di fronte ad un passaggio nel corso del quale siamo chiamati ad abbandonare uno stato per raggiungerne un altro: la pazzia, a seconda dei casi, può essere intesa come rifiuto del cambiamento o come abbandono delle difese e di ogni tipo di resistenza allo stesso.
L’essere umano, quindi, durante tutto l’arco della propria esistenza, ha modo di rivivere l’esperienza della nascita ogni volta in cui si ritrova a dover attraversare una fase di passaggio che lo porta ad abbandonare una situazione conosciuta, stabile (il che equivale a morire), per raggiungerne un’altra, sconosciuta, ossia per ri-nascere.
Alla morte è, così, strettamente legato il concetto di rinascita. Attraverso tutta una serie di riti, si evocano la rinascita spirituale (resurrezione) o la rinascita “completa” di corpo e spirito (reincarnazione): questi rituali rientrano in un ordine mitico-religioso. Vi è, invece, la rinascita dalla morte sociale che è quella che porta l’uomo alla conquista o al recupero della propria individualità sociale.
Il tema della rinascita è uno dei temi simbolici per eccellenza: l’evento della rinascita è sempre successivo a quello della morte, così che insieme danno senso alla trasformazione che costituisce il concetto più interessante dell’intero presente discorso. La trasformazione è il fine ultimo di un rituale simbolico: essa è il punto di svolta, il salto di qualità, il passaggio da un equilibrio ad un altro. La trasformazione è irreversibile perché finalizzata all’evoluzione: ciò che muore rinasce, ma lo fa in modo diverso, con più consapevolezza, con un più alto grado di coscienza.

«Ciò che il bruco chiama fine del mondo,
il resto del mondo chiama farfalla» (1)

Quindi, la morte per come la si intende, in verità, non esiste. Quella che noi chiamiamo morte non è altro che una trasformazione intesa come “trans-forma-azione”, cioè un agire oltre la forma. La morte, quindi, è un semplice cambiamento di stato di coscienza che, a livello fisico, per alcuni può avvenire talvolta anche in modo così inconsapevole da non far loro percepire l’accaduto.

«La Morte è uno stadio della Vita.
La nascita non è un inizio; la morte non è una fine.
C’è esistenza senza limiti; c’è una continuità che non ha un punto di partenza.
C’è la nascita, c’è la morte, c’è un andare fuori e c’è un entrare dentro.
Quella dimensione attraverso cui uno entra ed esce senza vedere la sua forma; quella è la Porta del Tao Divino» (2)

L’Uomo ha sempre cercato di controllare i cambiamenti, di divenire padrone dei processi di trasformazione, forse per una sete di conoscenza o per lenire la paura che essi hanno sempre generato in lui.  L’alchimia è una delle arti che l’Uomo ha imparato al fine di padroneggiare e plasmare la “sua” realtà. L’alchimia è la secolare arte della trasformazione atta a produrre un insieme di mutamenti su quella che è la materia oggetto di lavoro, per portarla verso uno stato nuovo, dal grezzo al sottile, dal metallo all’oro. Il significato della parola “alchimia”, etimologicamente è quello di “scienza della terra nera”, ossia della materia primordiale. L’alchimia, nel suo senso più profondo, è soprattutto un’arte spirituale il cui agire è principalmente finalizzato ad un lavoro interiore sulle energie primordiali di cui fanno parte gli istinti dell’Uomo. Il lavoro alchemico, quindi, è un lavoro rituale e simbolico di perfezionamento della Natura, così come rituale e simbolica è l’arte sciamanica in cui lo sciamano è colui che ha sviluppato delle qualità “sottili” che gli consentono di captare o percepire realtà invisibili e di renderle fruibili agli altri.
Ecco, quindi, la via della comprensione: imparare un linguaggio differente, un linguaggio sintonizzato su quella che viene definita la realtà “non ordinaria”, quella che sfugge ai nostri cinque sensi, ma che è perfettamente percepibile con un ascolto più attento di noi stessi e di ciò in cui siamo immersi.
Sintonizzarsi su altre “frequenze” apre uno scenario totalmente diverso da quello che riusciamo a vedere con i nostri occhi, uno scenario fatto di più realtà che fluiscono contemporaneamente su più livelli e che si influenzano vicendevolmente. In quest’ottica, la morte non ha senso, come non ha senso la vita come la intendiamo noi, poiché ciò che vive è il nostro Spirito su più piani, a più livelli di consapevolezza e di consistenza (sottile e grossolana).
Quello che conta è così l’evolvere di questo tipo di vita dell’Essere Spirituale nelle sue più svariate forme, un’evoluzione che è in stretta relazione con la trasformazione continua della sua energia e della sua consapevolezza, in ottica di ricongiungimento con il Tutto divino.
Si configura, quindi, un processo che porta ad alti livelli l’idea alchemica e che fa anche parte delle pratiche sciamaniche, nella cui visione l’Universo è composto da mondi paralleli che interagiscono tra loro tramite un asse di comunicazione centrale.
In particolare, nell’arte sciamanica vi è l’idea di tre mondi paralleli: il “mondo (terra) di mezzo”, il “mondo superiore” ed il “mondo inferiore”. Nel “mondo di mezzo” avviene la vita umana materiale, la quale è costantemente influenzata dalla realtà non ordinaria dei mondi “superiore” ed “inferiore”: ogni elemento, essere, aspetto dello stato di veglia cosciente, ossia del mondo di mezzo, ha un proprio corrispondente nella realtà non ordinaria, quindi ogni essere che sia umano, animale, vegetale o minerale, ed ogni elemento della natura, ha con sé uno spirito ed un potere.
Ogni essere umano, che possiede almeno uno spirito, un angelo custode o un animale-guida, ha il compito di mantenere il proprio potere personale, ossia la propria forza vitale, per preservare salute e benessere.
La malattia, infatti, è generata dalla violazione di una legge universale causata da un evento o da un attacco esterno.
Lo sciamano, che può essere inteso come una specie di mago o di stregone, è così il prescelto che, spostandosi lungo l’asse di intercomunicazione tra i vari mondi, attraverso la comunicazione con le sue componenti energetiche (spiriti guida e forze naturali), cerca di ristabilire il giusto ordine dopo eventuali violazioni delle leggi universali e naturali, mettendo nelle condizioni coloro che hanno intaccato la propria forza vitale, di guarire dalla malattia.
La malattia, in questo senso, è il segnale del cambiamento tra la morte, dovuta alla violazione di un equilibrio universale, e la rinascita che porta alla ricostruzione o alla scoperta di un nuovo equilibrio. Tale processo, visto in questa ottica, è opposto a quanto comunemente riteniamo essere la malattia, ossia un evento che per noi è peggiorativo e può portare alla morte fisica; la malattia, contro ogni logica materiale, è qui vista come un evento di guarigione e rinascita.
Ma le filosofie e le psicologie naturali non sono affatto logiche e, per questo motivo, chi le pratica è spesso considerato vaneggiante o visionario. Il modo di classificare i praticanti le discipline naturali è frutto di una visione limitata e parziale della società e della vita in genere, che non tiene conto di uno scenario ben più ampio nel quale sono collocate l’umanità e tutte le cose che ad essa si relazionano.
Per poter “vedere” globalmente, è necessario accettare l’esistenza di un qualcosa che, come detto, esula dai nostri cinque sensi, quindi sviluppare una sensibilità e delle tecniche che ci consentano di interagire con le forze e le energie che fanno parte di una realtà altra, o non ordinaria.
Quelli che vengono superficialmente indicati come atti di vaneggiamento o come visioni sono a tutti gli effetti l’espressione di un modo totalmente naturale di interagire con la “realtà invisibile”; queste forme di espressione sono fortemente radicate nelle culture di tutti i popoli e quindi sono componenti che fanno parte degli aspetti più viscerali di ognuno di noi. Anche in questo frangente, quindi, andare oltre l’equilibrio stabile e sicuro di un comportamento razionale e controllato è indispensabile per sgretolare le cristallizzazioni della nostra vita, ossia una specie di morte per la rinascita in un nuovo equilibrio.
Storie di possessione (3), di trance, di alterazione degli stati di coscienza (coscienza, intesa dal punto di vista materiale e razionale e non nel suo significato più alto e spirituale), di magia sono all’ordine del giorno nelle varie culture e sono tutte riconducibili a rituali di trasformazione che passano attraverso tre stadi: separazione, margine, reintegrazione, ma anche morte, guarigione, rinascita. Ecco, quindi, che la guarigione e la rinascita devono essere frutto di un processo di morte, di separazione, cioè di un atto coraggioso che consenta di andare oltre il proprio limite (al limite della nostra materialità c’è la morte del nostro corpo fisico). Oltre il limite c’è tutto il mondo che non vediamo, ma che possiamo percepire ed in cui, tramite l’esperienza estatica, la trance ed i rituali di guarigione, si aprono le porte alla rinascita ed al fiorire di una nuova creatività.

«Il carattere trasformatore conduce, attraverso la dissoluzione e la morte, all’intensificazione estatica e alla nascita dello spirito capace di auto espressione, il quale nell’ispirazione estatica guida, come sintomo della rinascita, alla visione e alla parola, al canto e alla profezia» (4)

In quest’ottica si riescono anche a comprendere i fenomeni sociali del ricorso a sostanze psicotrope ed allucinogene: l’incapacità di entrare in contatto con la propria coscienza (che pressa per venire fuori) porta al ricorso ad aiuti artificiali mediante i quali sperimentare la morte dell’Io e l’estasi della guarigione spirituale. Purtroppo, però, il ricorso a tali metodi artificiali in assenza di coscienza significa non vivere l’esperienza più importante di tutto il processo ossia l’evoluzione verso uno stato più evoluto della stessa propria coscienza, quindi il “ritorno” porta con sé una separazione ancora maggiore, innescando così un meccanismo perverso di feedback negativo che porta all’autodistruzione.
Quest’ultimo esempio è utile anche per capire come funziona un intero ciclo di vita spirituale. Conosciamo bene quali sono alcune componenti di tale ciclo: sappiamo che c’è una nascita, una vita ed una morte, ma cosa sappiamo dello stadio che chiude il ciclo, ossia di quello tra la morte e la nascita? Nella cultura occidentale non è stato assegnato un nome a questo stadio, mentre i tibetani lo hanno definito “Bardo”, ossia “transito”.
Letteralmente la parola tibetana “bardo” si compone di due parti: “bar”, che vuol dire “fra”, e “do”, ossia “due”, quindi il termine sta a significare “fra i due”. Il senso del bardo è proprio nel duplice significato di “transito” tra una vita e la successiva e di stato intermedio indefinito (“tra i due”), come ad indicare un dubbio, un bivio. Negli stati successivi alla morte, l’individuo ha la possibilità di guidare il proprio destino ed è messo di fronte alla scelta se elevare la propria coscienza oppure manifestarsi nuovamente nel mondo materiale.
Il vero insegnamento del bardo è, però, quello che invita a trascendere l’individualità e ad integrarsi con il Tutto, prendendo consapevolezza della propria coscienza per portarla ad un livello superiore ed assoluto.
Sotto questa prospettiva l’esperienza del bardo non è per i morti ma per i vivi, per i momenti in cui, infinite volte al giorno, ci troviamo a dover affrontare la morte in vita.

«La morte non è qualcosa che ci accade a un determinato momento della vita e a questa pone fine, ma è un fenomeno che ci accade continuamente nella vita: al termine di ogni respiro, prima che il respiro successivo avvenga, noi moriamo, al termine di ogni pensiero, prima che il pensiero successivo compaia nella mente, noi moriamo e in periodi particolari della vita, quando ci sentiamo sconfitti o frustrati, depressi o angosciati, quando ci sembra che si sia come “spenta la luce”, noi moriamo. Ogni volta moriamo per rinascere più forti e liberi.
La morte in vita è una morte mistica a cui fa seguito una rinascita illuminante, se ben vissuta» (5)

Si può così parlare di “arte del morire” come della capacità di riconoscere tutte le manifestazioni del transito, sia quelle aggressive e malvagie, sia quelle piacevoli ed invitanti, e di utilizzarle per evolvere la nostra coscienza in vita, perché esse altro non sono che proiezioni della stessa.
Con l’arte del morire, possiamo imparare ad essere noi stessi i conduttori dei nostri processi di morte in vita, rendendoli riti di passaggio, momenti iniziatici nei quali prendiamo contatto con le dimensioni profonde della nostra psiche e rinasciamo costantemente verso nuove configurazioni della nostra vita, come fossimo la Fenice che ogni volta rinasce sempre più splendente dalle proprie ceneri”.

Pierpaolo Alioto, counselor Olistico specializzato in Psicogenalogia e Costellazioni Familiari, operatore della Regressione e Progressione Immaginale, insegnante shiatsu


1) Antica massima cinese
2) Lao Tze
3) Un importante esempio è dato dal fenomeno del tarantismo salentino, il quale ha radici storiche e sociali molto profonde, legate a rituali contadini basati sul simbolismo della taranta, il ragno che avvelena con il suo morso. Nel tarantismo ha molta importanza il ruolo estatico e terapeutico della musica e della danza che, nel loro crescendo ed al loro apice, conducono a stati molto vicini alla possessione ed alla trance.
4) Erich Neumann
5) Selene Calloni Williams, op. cit., 2007

Child Life – I bisogni esistenziali del bambino in ospedale

Per i nostri lettori, un nuovo articolo della nostra autrice Marisa Fogarollo sulle proprie esperienze e riflessioni su come lo shiatsu possa aiutare i bambini ricoverati in ospedale.

“Il 20 e 21 dicembre 2010 si è svolto il 1° Congresso Internazionale “Child Life, i bisogni esistenziali del bambino in Ospedale” organizzato dal Dipartimento di Pediatria dell’Azienda Ospedaliera – Università di Padova.
Durante il Congresso i relatori hanno portato le loro esperienze finalizzate a tutelare al massimo la parte sana del bambino durante la permanenza in Ospedale. Questo per preservare il suo percorso di crescita e allo stesso tempo migliorare l’adattamento del piccolo paziente alla vita in ospedale e l’accettazione delle cure che deve ricevere.
L’adozione sistematica di interventi per promuovere il benessere del piccolo ricoverato ed aiutarlo ad affrontare la malattia e ad adattarsi alla vita in ospedale risale agli anni ‘50 negli ospedali pediatrici americani con le prime esperienze di Child Life, un termine difficilmente traducibile in italiano ma che si riferisce alla tutela dei bisogni esistenziali del bambino ricoverato in ospedale. Questo modello ha iniziato a diffondersi anche in Europa negli ultimi vent’anni, in risposta a una crescente consapevolezza dei diritti del bambino ricoverato.
Si è parlato molto di gioco, laboratori, musica, incontri con gli animali…e tutte le attività dedicate alla tutela e alla promozione del benessere del bambino in ospedale.
Io ho portato l’esperienza dello shiatsu: è dal 1996 che gli operatori della Scuola Internazionale di Padova collaborano con la Clinica Pediatrica.

Perché risulta così utile lo shiatsu in ospedale? Vorrei portare l’attenzione all’aspetto fondamentale dello shiatsu: l’operatore usa lo strumento più semplice a disposizione dell’uomo, le sue MANI e, attraverso il contatto, stimola la PELLE, che rende possibile lo scambio con l’ambiente ed è il principale ORGANO SENSORIALE.
A tutte le età un contatto fisico, una carezza, un abbraccio aiutano a lasciar andare le tensioni, a liberare il respiro, a smuovere i blocchi.

Tratto Stefano, un ragazzo di 12 anni. E’ molto contratto, fatico a rilassarlo perché il contatto gli crea tensione e solletico. Ne parlo alla mamma, mi racconta che dopo la nascita il bimbo è stato un mese in incubatrice e lei sente e vede che è diverso dai fratelli: non gli sono mai piaciuti i momenti di gioco nel lettone, ha difficoltà a lasciar andare e trattiene tutto.
Ancora una volta è evidente come la stimolazione cutanea per neonati, bimbi e ragazzi è di primaria importanza per il loro sano sviluppo fisico e comportamentale.
In caso di dolore, sia fisico che emozionale, si tende inconsapevolmente a irrigidire i muscoli del corpo, a bloccare il respiro; sempre inconsapevolmente si pensa, facendo così, di soffrire meno, come se una parte bloccata, dimenticata, nascosta potesse non farsi più sentire, non creare più dolore. Un ricovero ospedaliero è certamente un trauma per il bambino e per la famiglia: dolore, paura e solitudine sono spesso compagni di questo viaggio.

Federico, 14 anni, aveva una forte colica addominale, piangeva, era tutto raggomitolato, bloccato, irrigidito dal dolore e dalla paura. Durante il trattamento il suo corpo si rilassa, il respiro diventa regolare, le tensioni lentamente si sciolgono e il dolore se ne va; alla fine del trattamento è tranquillo e mezzo addormentato.

In ospedale, dove spesso è difficile dare spazio all’aspetto umano, l’operatore shiatsu, con il suo tocco empatico, riesce ad avvicinarsi al bambino / ragazzo e alla sua famiglia. Durante il trattamento shiatsu si attiva profondamente il sistema parasimpatico e perciò il ricevente, il bambino in questo caso, si rilassa, dorme, si sente meglio.
E ancora l’operatore, oltre a rilassare il bambino, riesce a “confortare”, forse è per questo che alcune volte, quando i bambini con gravi problemi tornano a casa perché la medicina ha terminato il suo compito, i genitori ci chiedono se possiamo continuare a seguirli. Penso sia proprio per questa “umanità” dello shiatsu. Certo, c’è bisogno di flebo, controlli, macchinari, ma c’è bisogno, soprattutto in questi momenti, di potenziare l’aspetto umano: la capacità di ascoltare non solo con l’udito, ma con lo sguardo, il tocco e il cuore.

Sono tornata a casa da questo convegno con l’entusiasmo di avere, insieme a tutto il gruppo di operatori shiatsu, una parte in questo meraviglioso progetto, ma anche con il desiderio di migliorare la nostra presenza.
E’ “doveroso”, come ha detto una psicologa dell’Ospedale Meyer di Firenze, documentare tutto il lavoro che viene fatto per migliorare il benessere dei bambini, evidenziandone i risultati ottenuti.
Il bambino ricoverato si trova a vivere esperienze che lo segnano profondamente: la malattia, la lontananza da casa, sono situazioni difficili da vivere per un adulto, figuriamoci per un bambino. Perciò ben vengano tutte le attività finalizzate a creare gioia, spensieratezza, ma bisogna guardare anche la parte più intima. Certe volte vedo una grande tristezza negli occhi dei bimbi ricoverati, tante volte paura: hanno timore di essere toccati, il loro corpo è rigido, il respiro bloccato, sono sulle difensive. Abbiamo difficoltà a parlare di certi argomenti con i bambini, per questo lo shiatsu è un aiuto fondamentale. Noi adulti non troviamo le parole per parlare di dolore, di malattia e così li lasciamo emotivamente soli. Il tocco ci arriva in aiuto.

Ecco l’esperienza di Maurizio Antonello:
“Una allieva della scuola di shiatsu di Venezia, saputo che faccio il volontario in Pediatria, mi chiede se posso trattare una delle sue bambine. Prima di accettare, le chiedo alcune informazioni sulla figlia, mi dice che deve ancora superare la morte del papà avvenuta tre anni prima in modo inaspettato, non avendo nessuna malattia in corso. Per di più vivevano all’estero e dopo la morte del marito, la donna è ritornata in Italia con i bambini (ne ha tre). Ora Matilde ha sette anni e ha dei problemi in ambito scolastico, è già seguita dallo psicologo e dal logopedista.
Accetto di trattare la bambina con riserva, dicendo alla madre che la risposta definitiva gliela darò dopo il primo trattamento, spiegando che voglio vedere la reazione di Matilde alla mia presenza e al mio contatto, se vengo accettato o se mi vede come uno dei tanti professionisti con cui si rapporta.
Arriva il giorno del primo trattamento, entro in casa di Matilde e la mamma mi presenta come un suo amico che ha fatto la scuola di shiatsu che lei sta frequentando e che le avrei fatto le stesse cose che la mamma già le faceva.
Insieme scegliamo la stanza dove fare il trattamento e prepariamo il futon, la bambina si stende, prendo contatto mentre la faccio parlare di scuola, amici, ecc.; lavoro dolcemente hara e piano piano lei si apre sempre di più e chiacchiera. A un certo punto fa fatica a parlare, socchiude gli occhi e si lascia andare; allora eseguo il mio trattamento, e quando arrivo al termine la bambina dorme profondamente. Scambio alcune parole con la mamma e rispondo alle sue domande, arriva il fratello più piccolo, si tuffa sul futon e la sveglia per giocare, così ne approfitto per salutare e me ne vado.
Il giorno seguente sento la mamma per sapere come aveva passato la serata e la notte Matilde, queste le sue parole: “Alla sera i bambini hanno voluto dormire tutti e tre insieme sul futon, sono andata a dare loro la buonanotte e Matilde, prima di addormentarsi, mi ha bisbigliato: “sai mamma quel signore di oggi mi piace perché quando mi tocca sento che mi apre il cuore”. Ho accettato di continuare i trattamenti”.

Anche Vilma Marcato racconta la sua esperienza:
“Sono in Pediatria, entro in una stanza e trovo Anna, una ragazza di 13 anni. Accetta volentieri il trattamento, comincio in posizione prona per lavorare schiena, gambe e piedi; quando le chiedo di girarsi a pancia in su e sto per trattarle l’addome mi dice: “Sai che cavolata ho fatto stamattina!”, e mi racconta in modo dettagliato che aveva cercato di suicidarsi. Ho ascoltato”.

Esperienze che testimoniano l’importanza dello shiatsu. Attraverso il tocco andiamo a contattare il “vuoto” e il “pieno” e li mettiamo in collegamento cercando di equilibrarli. Vuoto e pieno che sono collegati alla nostra vita, alle nostre emozioni, al nostro sentire, e prendendone consapevolezza riusciamo a dare voce alla nostra parte più intima, più profonda”.

Marisa Fogarollo, autrice di “Shiatsu & Bimbi” e “Shiatsu per un armonico sviluppo dei nostri ragazzi”

L’ascolto

Di Giuseppe Varriale

L’ascolto per chi pratica Shiatsu è una sensibilità che bisogna acquisire, crescere, maturare e migliorare con il tempo. Nello Shiatsu l’ascolto ha un qualcosa di diverso rispetto ad altre discipline, il cui fine, come lo Shiatsu, è il benessere di chi a te si rivolge per districare e risolvere problemi aggrovigliati dal tempo.
L’ascolto nello Shiatsu parte prima di tutto dall’ascolto si se stessi, di chi opera con lo Shiatsu. Chi non è maturo ad ascoltare se stesso, difficilmente sarà in grado di ascoltare gli altri, pur se a conoscenza di tutte le possibili tecniche ed eseguendole alla perfezione.
Ascolto è percepire di cosa realmente ha bisogno chi a noi si è rivolto. Per fare questo occorre non avere atteggiamenti pregiudizievoli, non credere di essere un esperto ma mantenere sempre l’atteggiamento del principiante. Dove l’accezione del principiante è da intendersi come chi si approccia al problema come fosse la prima volta, senza applicare cose già fatte, in quanto ogni persona e ogni attimo di una stessa persona sono diversi da altri. L’ascolto del principiante è avere l’umiltà di essere aperto ad apprendere cose nuove e a mettersi in discussione per scelte sbagliate riconducendole a quelle idonee. Ascolto vuol dire avere il cuore nelle mani, creare il ponte con l’infinito, il ponte che lega in un unico flusso energetico operatore e ricevente, il dualismo che diventa unità.
Anch’io nella mia esperienza Shiatsu ho affinato ancor di più il mio ascolto. Ascolto che, per mia origine napoletana, è insito dentro di me, fa parte del mio DNA. Ma quello è un ascolto diverso, anche se contributivo a quest’ultimo.
Io, pur avendo abitato nel centro di Napoli, ho vissuto in quartiere socialmente eterogeneo abitato dal magistrato, al nobile, all’impiegato, all’operaio e al delinquente. Io ho vissuto in un’epoca napoletana British. Nei quartieri di Napoli, come in Inghilterra, era stata istituita una figura a salvaguardia della comunità del quartiere di appartenenza, analogamente al Bobby. Il camorrista di quartiere. Camorrista che oggi non puoi più chiamare così perché, come i bidelli ora sono denominati collaboratori scolastici, o i netturbini collaboratori ecologici, il camorrista ora occorre chiamarlo collaboratore delinquenziale, altrimenti si offende. Il collaboratore delinquenziale, analogamente a quanto appreso studiando antropologia giapponese, non faceva diversamente da quanto in Giappone fanno gli Yazuka. Sembra assurdo, ma è così.
Per cui, quando vivi in un ambiente come questo, l’ascolto è importante. Se non sai ascoltare, con le orecchie, con gli occhi, con il cuore, con la paura, sei spacciato. L’ascolto napoletano permette di non cacciarti nei guai e di non incappare in persone da evitare, avendo acquisito la capacità di distinguerle da quelle da frequentare. Certo qualcuno può inorridire o sorridere a queste parole, ma vorrei vedere, chi inorridisce o sorride, a vivere in quei contesti. Per cui forse questo mi ha avvantaggiato, avevo un po’ di giapponese in me senza saperlo.
Ma l’ascolto che ti da lo Shiatsu è diverso, perlustra l’animo, ti fa scindere da te stesso e permette di osservarti mentre agisci. Ricordo che per un periodo, per un paio di volte, mentre cucinavo, mi si era rovesciata la pentola con tutto il contenuto sul pavimento. Questo aveva provocato in me una rabbia terribile per l’inconveniente sfortunato occorsomi. Eppure non comprendevo perché, su cento volte che compivo la stessa azione, tre o quattro volte mi era capitato questo.
Poi una sera, tornato da un incontro Shiatsu, mi preparavo a cucinare e mentre stavo ponendo la pentola sul fuoco ebbi una scissione. Una persona che guardava chi compiva l’azione e una persona che compiva l’azione. Una frazione di tempo, attimi.
Osservando l’azione, compresi che il motivo di quei rovesciamenti di pentola ero io, ero io perché non facevo attenzione a come posizionavo la pentola sul fuoco, creando un non equilibrio che quelle tre-quattro volte aveva fatto rovesciare il tutto.
Osservare questo mi liberò di quella rabbia verso me stesso e verso chissà quale altro maleficio nei miei confronti. Sorrisi, capii, ricevetti il dono che lo Shiatsu mi ha elargito con la sua pratica.
Nello stesso tempo ho capito che la statistica è ingannevole: 97 volte su 100 non ho avuto problemi e 3 volte su 100 sì. Quindi si poteva immaginare che 3 volte su 100 ero stato sfortunato. Invece no, sono stato fortunato 97 volte su 100, perché quello che doveva accadere è ciò che accadde quelle 3 volte, che non erano occasionalità ma il perfetto agire sbagliato.
Questo per me è ciò che fornisce lo Shiatsu.
Allo stesso modo questo avviene in un ricevente che, entrando in contatto con se stesso, tramite i trattamenti, riesce a riprendere il contatto con se stesso, riascoltandosi.

Mi avete ascoltato? Bravi, vi farà bene.

Giuseppe Varriale, operatore shiatsu

Consapevolezza

Prosegue la nostra rubrica mensile di macrobiotica dal titolo “Una mela al giorno” a cura di Guido Rotondi, operatore shiatsu specialista di macrobiotica. Buona lettura!

“Il battito delle ali di una farfalla in Italia può scatenare un uragano nei Caraibi?
Secondo alcuni studi sono necessari 4.000 mq di terreno fertile per soddisfare le necessità alimentari di un individuo. Questo nel caso in cui l’alimentazione scelta sia di tipo vegetariano.
Se volessimo introdurre il manzo e i suoi derivati nella dieta, dovremmo aumentare la superficie utilizzata fino a 20.000 mq per ogni capo di bestiame di grossa taglia, tenendo conto anche di quella necessaria al sostentamento dell’animale. Quindi, a conti fatti, introdurre carne bovina e latte nell’alimentazione umana richiede ampie superfici o, in altre parole, eliminare latte e carne (bovina) dalla nostra tavola rende fruibile terreno per altre 5 persone!
Immaginando di alimentare gli animali da allevamento a cereali – tipo mais – per ottenere 1 kg di carne di manzo ne servirebbero quasi 20 di mais, mentre per 1 kg di carne di maiale ne occorrerebbero 3,5 kg ed infine per 1 kg di carne di pollo ne basterebbero 2,5 kg.
Bisogna considerare ora che con 2,5 kg di mais possiamo riempire lo stomaco di 35 persone (circa 70 grammi di mais), in confronto otterremmo meno di 30 grammi di carne di pollo (nel caso migliore), oppure approssimativamente solo 4 grammi di manzo (diciamo l’equivalente della carne di un hamburger diviso tra 30 persone!).
È quindi evidente che una alimentazione con elevati e frequenti quantitativi di prodotti di origine animale non possa ritenersi sostenibile per l’ambiente nel lungo periodo. Oltretutto è addirittura controindicata per la buona salute dell’essere umano, come segnalato da illustri luminari, tra i quali il Prof. Veronesi (oncologo recentemente scomparso).
In conclusione, nella scelta di ciò che decidiamo di mangiare, piante o animali, influiamo sull’ambiente che ci circonda e anche su quello che non vediamo poiché molti prodotti oggi in commercio provengono da luoghi così remoti che spesso non conosciamo nemmeno”.

Guido Rotondi

Chi dorme…

…non si risveglia spiritualmente. Vi sono tante tecniche che possono diventare strumenti per vivere, pronti, il nostro risveglio spirituale, e molte di queste hanno un’origine antica perché da secoli sappiamo che esiste un livello superiore di coscienza.
E’ vero che con “l’era del padre”, l’era della guerra, della sempre più atrofizzazione del nostro emisfero destro, ci siamo molto allontanati da questa ricerca, ma penso che la Dea, Dio, l’Universo, Tao e i molti modi con cui lo possiamo chiamare, si manifesti anche nel farci vivere certe esperienze, rispetto ad altre, poiché proprio a quelle siamo destinati, perché per quelle ora siamo pronti. Sta a noi accettare che non ci può capitare nulla che non possiamo superare e trasformare.
Perché poi queste esperienze possano essere fatte al meglio, non basta prendere un nuovo tappetino di yoga e andare a lezione per dire che si fa yoga ma bisognerebbe cercare, con pratica e costanza, di assorbire, digerire e far divenire parte di noi le nostre esperienze. Possono aiutarci infinite pratiche perché non esiste un’unica verità ma linguaggi diversi per esprimere poi la stessa cosa. Quelle fisiche servono a riprendere contatto con il nostro corpo ma, se ci approcciassimo al benessere in maniera davvero olistica, ognuno di noi, nel profondo, saprebbe che il corpo non è scisso dal resto, dalla mente e dall’anima per esempio. A mio avviso, è addirittura errato separare questi elementi, anche solo a parole.
Continuate con il vostro percorso spirituale, con qualsiasi tecnica abbiate iniziato a praticare, cercando le migliori per voi e ricordandovi che queste pratiche non sono il fine ma il mezzo per un risveglio spirituale e, se siete operatori del benessere, provate a prendere in considerazione l’unione delle vostre conoscenze, teoriche e pratiche, per offrire consulti o trattamenti che, usando più saperi, si approccino con maggiori prospettive.
E’ come se ci avessero insegnato a scindere ogni cosa: il lavoro sta nel lavoro, l’amicizia sta nell’amicizia, la fede nella fede e la famiglia nella famiglia, ma siamo comunque noi, nella nostra unità, a danzare con la vita. In sempre più sostengono che la pratica quotidiana è una continua conquista di qualcosa che è già parte di noi e che dobbiamo solo ri-scoprire.

Valentina Negrisolo, operatrice shiatsu e thai foot

La posizione podalica

In esclusiva per i nostri lettori, l’esperienza di Marisa Fogarollo, nostra autrice di “Shiatsu & Bimbi” e “Shiatsu per un armonico sviluppo dei nostri ragazzi”, in relazione a gestanti con il bimbo in posizione podalica e relativi suggerimenti di trattamento con la moxa per gli operatori. Buona lettura!

“Diverse volte ho trattato con la moxa* mamme in gravidanza con il bambino in posizione podalica, e quasi sempre con risultati positivi, ma questa che vi racconto per me è stata l’esperienza più toccante.
La psicologa che segue i corsi di preparazione al parto per le mamme mi chiede se posso trattare con la moxa una gestante all’ottavo mese di gravidanza con il bimbo che si presenta in posizione podalica. Arriva Anna, una giovane mamma, con il marito. Mi racconta che il bimbo che aspetta ha delle gravissime malformazioni, vivrà solo pochi giorni. I medici sono propensi per un parto cesareo, ma lei vuole essere in grado di accogliere il piccolo fin dai primi momenti e fargli vivere nella sua breve vita la sua presenza e il suo amore materno.
La tratto per sciogliere le tensioni della schiena, le faccio la moxa, spiegando al marito come procedere nei giorni successivi. Poi le faccio vedere la posizione da assumere per 15-20 minuti. In Cina l’85 – 90 % dei parti podalici viene risolto in questo modo.
Dopo dieci giorni mi dice che ha sentito dei movimenti particolari e le sembra che la testina sia al posto giusto. Alcuni giorni dopo, l’ecografia confermerà che il piccolo si è posizionato pronto per il parto naturale, che avverrà dopo circa quindici giorni. Tutto secondo le aspettative e i desideri della mamma, che ha potuto coccolare e tenere nelle sue braccia il neonato.

La moxa si effettua circa trenta giorni prima della data presunta del parto, per circa 10 giorni, non troppo presto perché il bambino potrebbe rigirarsi, né troppo avanti perché il bimbo potrebbe non avere lo spazio sufficiente per mettersi con la testina in giù. Per farlo, gli operatori possono avvicinare il sigaro di artemisia a Vescica Urinaria 67 per circa 10 minuti su ogni piede, scaldando bene il punto. Poi far assumere alla futura mamma la posizione indicata nella foto per circa 15–20 minuti. Il trattamento deve proseguire anche quando il bimbo ha ripreso la posizione normale per evitare che ritorni in posizione podalica. E’ sempre necessario un controllo da parte del ginecologo per verificare la posizione del cordone ombelicale.

Consigliare alla gestante di dialogare con il bimbo e preparargli la cameretta e tutte le cose che gli necessitano. Spesse volte quando il bimbo si presenta in posizione podalica, la mamma è più focalizzata su quello che deve fare prima della nascita piuttosto che sull’evento”.

Marisa Fogarollo

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*La moxa è una delle tecniche antiche usate in medicina tradizionale cinese e consiste nell’utilizzo di un bastoncino di artemisia (o carbone di artemisia) da incendiare a un’estremità e avvicinare ai punti energetici dei meridiani, a seconda del tipo di intervento da fare.