La morte per la rinascita

Proponiamo ai nostri lettori un articolo di Pierpaolo Alioto per  approfondire il tema della 3° Serata della Vitalità “La consapevolezza del cambiamento: il Bardo e la Grande Liberazione”, che si terrà a gennaio. Il pezzo è tratto dal suo libro “Psicogenealogia e Costellazioni Familiari. Riconoscere e far rivivere le proprie radici”. Buona lettura.

“Uno degli aspetti della vita che viene più ritualizzato è la morte, intesa sotto i più svariati punti di vista. Al concetto di “morte” è strettamente legato quello della trasformazione, del passaggio, del cambiamento, quindi dell’abbandono di una condizione o di uno stato, per abbracciarne altri nuovi. Per esempio, la morte sociale è intesa come crisi della presenza, come abbandono di uno stato sociale per dirigersi verso un altro più evoluto.
La morte significa anche perdita dell’individualità ed è proprio la paura di tale abbandono che genera il trauma della morte. Quindi, la nascita della coscienza della morte è strettamente correlata alla nascita dell’individualità. Con il nascere della coscienza si sviluppa anche l’idea della morte quale evento della vita, ma paradossalmente assume un carattere molto forte anche il senso di immortalità. La coscienza della morte è influenzata, poi, anche dal vivere degli individui all’interno di gruppi sociali, così che essa ne esce condizionata dal confronto con il gruppo.
È il caso, per esempio, delle guerre, in cui l’aspetto sociale prevale su quello individuale, in cui viene inibita o addirittura annullata la paura della morte; al contrario, nei casi di suicidio, a prevalere è la separazione tra individuo e società: l’individuo considera la società estranea ed incapace di sostenerlo, così l’orrore della morte aumenta a dismisura fino a diventare un’ossessione, portandolo, in una solitudine disperata, al triste epilogo.
La cultura influisce, quindi, sul modo di intendere la morte e di trascenderla, così da arrivare alla creazione simbolica di un più ampio orizzonte, senza il quale gli uomini rischierebbero di cadere in preda alla pazzia.
La pazzia è un evento che rischia di intervenire concretamente in ogni momento critico della nostra esistenza, quando la vita ci pone di fronte ad un passaggio nel corso del quale siamo chiamati ad abbandonare uno stato per raggiungerne un altro: la pazzia, a seconda dei casi, può essere intesa come rifiuto del cambiamento o come abbandono delle difese e di ogni tipo di resistenza allo stesso.
L’essere umano, quindi, durante tutto l’arco della propria esistenza, ha modo di rivivere l’esperienza della nascita ogni volta in cui si ritrova a dover attraversare una fase di passaggio che lo porta ad abbandonare una situazione conosciuta, stabile (il che equivale a morire), per raggiungerne un’altra, sconosciuta, ossia per ri-nascere.
Alla morte è, così, strettamente legato il concetto di rinascita. Attraverso tutta una serie di riti, si evocano la rinascita spirituale (resurrezione) o la rinascita “completa” di corpo e spirito (reincarnazione): questi rituali rientrano in un ordine mitico-religioso. Vi è, invece, la rinascita dalla morte sociale che è quella che porta l’uomo alla conquista o al recupero della propria individualità sociale.
Il tema della rinascita è uno dei temi simbolici per eccellenza: l’evento della rinascita è sempre successivo a quello della morte, così che insieme danno senso alla trasformazione che costituisce il concetto più interessante dell’intero presente discorso. La trasformazione è il fine ultimo di un rituale simbolico: essa è il punto di svolta, il salto di qualità, il passaggio da un equilibrio ad un altro. La trasformazione è irreversibile perché finalizzata all’evoluzione: ciò che muore rinasce, ma lo fa in modo diverso, con più consapevolezza, con un più alto grado di coscienza.

«Ciò che il bruco chiama fine del mondo,
il resto del mondo chiama farfalla» (1)

Quindi, la morte per come la si intende, in verità, non esiste. Quella che noi chiamiamo morte non è altro che una trasformazione intesa come “trans-forma-azione”, cioè un agire oltre la forma. La morte, quindi, è un semplice cambiamento di stato di coscienza che, a livello fisico, per alcuni può avvenire talvolta anche in modo così inconsapevole da non far loro percepire l’accaduto.

«La Morte è uno stadio della Vita.
La nascita non è un inizio; la morte non è una fine.
C’è esistenza senza limiti; c’è una continuità che non ha un punto di partenza.
C’è la nascita, c’è la morte, c’è un andare fuori e c’è un entrare dentro.
Quella dimensione attraverso cui uno entra ed esce senza vedere la sua forma; quella è la Porta del Tao Divino» (2)

L’Uomo ha sempre cercato di controllare i cambiamenti, di divenire padrone dei processi di trasformazione, forse per una sete di conoscenza o per lenire la paura che essi hanno sempre generato in lui.  L’alchimia è una delle arti che l’Uomo ha imparato al fine di padroneggiare e plasmare la “sua” realtà. L’alchimia è la secolare arte della trasformazione atta a produrre un insieme di mutamenti su quella che è la materia oggetto di lavoro, per portarla verso uno stato nuovo, dal grezzo al sottile, dal metallo all’oro. Il significato della parola “alchimia”, etimologicamente è quello di “scienza della terra nera”, ossia della materia primordiale. L’alchimia, nel suo senso più profondo, è soprattutto un’arte spirituale il cui agire è principalmente finalizzato ad un lavoro interiore sulle energie primordiali di cui fanno parte gli istinti dell’Uomo. Il lavoro alchemico, quindi, è un lavoro rituale e simbolico di perfezionamento della Natura, così come rituale e simbolica è l’arte sciamanica in cui lo sciamano è colui che ha sviluppato delle qualità “sottili” che gli consentono di captare o percepire realtà invisibili e di renderle fruibili agli altri.
Ecco, quindi, la via della comprensione: imparare un linguaggio differente, un linguaggio sintonizzato su quella che viene definita la realtà “non ordinaria”, quella che sfugge ai nostri cinque sensi, ma che è perfettamente percepibile con un ascolto più attento di noi stessi e di ciò in cui siamo immersi.
Sintonizzarsi su altre “frequenze” apre uno scenario totalmente diverso da quello che riusciamo a vedere con i nostri occhi, uno scenario fatto di più realtà che fluiscono contemporaneamente su più livelli e che si influenzano vicendevolmente. In quest’ottica, la morte non ha senso, come non ha senso la vita come la intendiamo noi, poiché ciò che vive è il nostro Spirito su più piani, a più livelli di consapevolezza e di consistenza (sottile e grossolana).
Quello che conta è così l’evolvere di questo tipo di vita dell’Essere Spirituale nelle sue più svariate forme, un’evoluzione che è in stretta relazione con la trasformazione continua della sua energia e della sua consapevolezza, in ottica di ricongiungimento con il Tutto divino.
Si configura, quindi, un processo che porta ad alti livelli l’idea alchemica e che fa anche parte delle pratiche sciamaniche, nella cui visione l’Universo è composto da mondi paralleli che interagiscono tra loro tramite un asse di comunicazione centrale.
In particolare, nell’arte sciamanica vi è l’idea di tre mondi paralleli: il “mondo (terra) di mezzo”, il “mondo superiore” ed il “mondo inferiore”. Nel “mondo di mezzo” avviene la vita umana materiale, la quale è costantemente influenzata dalla realtà non ordinaria dei mondi “superiore” ed “inferiore”: ogni elemento, essere, aspetto dello stato di veglia cosciente, ossia del mondo di mezzo, ha un proprio corrispondente nella realtà non ordinaria, quindi ogni essere che sia umano, animale, vegetale o minerale, ed ogni elemento della natura, ha con sé uno spirito ed un potere.
Ogni essere umano, che possiede almeno uno spirito, un angelo custode o un animale-guida, ha il compito di mantenere il proprio potere personale, ossia la propria forza vitale, per preservare salute e benessere.
La malattia, infatti, è generata dalla violazione di una legge universale causata da un evento o da un attacco esterno.
Lo sciamano, che può essere inteso come una specie di mago o di stregone, è così il prescelto che, spostandosi lungo l’asse di intercomunicazione tra i vari mondi, attraverso la comunicazione con le sue componenti energetiche (spiriti guida e forze naturali), cerca di ristabilire il giusto ordine dopo eventuali violazioni delle leggi universali e naturali, mettendo nelle condizioni coloro che hanno intaccato la propria forza vitale, di guarire dalla malattia.
La malattia, in questo senso, è il segnale del cambiamento tra la morte, dovuta alla violazione di un equilibrio universale, e la rinascita che porta alla ricostruzione o alla scoperta di un nuovo equilibrio. Tale processo, visto in questa ottica, è opposto a quanto comunemente riteniamo essere la malattia, ossia un evento che per noi è peggiorativo e può portare alla morte fisica; la malattia, contro ogni logica materiale, è qui vista come un evento di guarigione e rinascita.
Ma le filosofie e le psicologie naturali non sono affatto logiche e, per questo motivo, chi le pratica è spesso considerato vaneggiante o visionario. Il modo di classificare i praticanti le discipline naturali è frutto di una visione limitata e parziale della società e della vita in genere, che non tiene conto di uno scenario ben più ampio nel quale sono collocate l’umanità e tutte le cose che ad essa si relazionano.
Per poter “vedere” globalmente, è necessario accettare l’esistenza di un qualcosa che, come detto, esula dai nostri cinque sensi, quindi sviluppare una sensibilità e delle tecniche che ci consentano di interagire con le forze e le energie che fanno parte di una realtà altra, o non ordinaria.
Quelli che vengono superficialmente indicati come atti di vaneggiamento o come visioni sono a tutti gli effetti l’espressione di un modo totalmente naturale di interagire con la “realtà invisibile”; queste forme di espressione sono fortemente radicate nelle culture di tutti i popoli e quindi sono componenti che fanno parte degli aspetti più viscerali di ognuno di noi. Anche in questo frangente, quindi, andare oltre l’equilibrio stabile e sicuro di un comportamento razionale e controllato è indispensabile per sgretolare le cristallizzazioni della nostra vita, ossia una specie di morte per la rinascita in un nuovo equilibrio.
Storie di possessione (3), di trance, di alterazione degli stati di coscienza (coscienza, intesa dal punto di vista materiale e razionale e non nel suo significato più alto e spirituale), di magia sono all’ordine del giorno nelle varie culture e sono tutte riconducibili a rituali di trasformazione che passano attraverso tre stadi: separazione, margine, reintegrazione, ma anche morte, guarigione, rinascita. Ecco, quindi, che la guarigione e la rinascita devono essere frutto di un processo di morte, di separazione, cioè di un atto coraggioso che consenta di andare oltre il proprio limite (al limite della nostra materialità c’è la morte del nostro corpo fisico). Oltre il limite c’è tutto il mondo che non vediamo, ma che possiamo percepire ed in cui, tramite l’esperienza estatica, la trance ed i rituali di guarigione, si aprono le porte alla rinascita ed al fiorire di una nuova creatività.

«Il carattere trasformatore conduce, attraverso la dissoluzione e la morte, all’intensificazione estatica e alla nascita dello spirito capace di auto espressione, il quale nell’ispirazione estatica guida, come sintomo della rinascita, alla visione e alla parola, al canto e alla profezia» (4)

In quest’ottica si riescono anche a comprendere i fenomeni sociali del ricorso a sostanze psicotrope ed allucinogene: l’incapacità di entrare in contatto con la propria coscienza (che pressa per venire fuori) porta al ricorso ad aiuti artificiali mediante i quali sperimentare la morte dell’Io e l’estasi della guarigione spirituale. Purtroppo, però, il ricorso a tali metodi artificiali in assenza di coscienza significa non vivere l’esperienza più importante di tutto il processo ossia l’evoluzione verso uno stato più evoluto della stessa propria coscienza, quindi il “ritorno” porta con sé una separazione ancora maggiore, innescando così un meccanismo perverso di feedback negativo che porta all’autodistruzione.
Quest’ultimo esempio è utile anche per capire come funziona un intero ciclo di vita spirituale. Conosciamo bene quali sono alcune componenti di tale ciclo: sappiamo che c’è una nascita, una vita ed una morte, ma cosa sappiamo dello stadio che chiude il ciclo, ossia di quello tra la morte e la nascita? Nella cultura occidentale non è stato assegnato un nome a questo stadio, mentre i tibetani lo hanno definito “Bardo”, ossia “transito”.
Letteralmente la parola tibetana “bardo” si compone di due parti: “bar”, che vuol dire “fra”, e “do”, ossia “due”, quindi il termine sta a significare “fra i due”. Il senso del bardo è proprio nel duplice significato di “transito” tra una vita e la successiva e di stato intermedio indefinito (“tra i due”), come ad indicare un dubbio, un bivio. Negli stati successivi alla morte, l’individuo ha la possibilità di guidare il proprio destino ed è messo di fronte alla scelta se elevare la propria coscienza oppure manifestarsi nuovamente nel mondo materiale.
Il vero insegnamento del bardo è, però, quello che invita a trascendere l’individualità e ad integrarsi con il Tutto, prendendo consapevolezza della propria coscienza per portarla ad un livello superiore ed assoluto.
Sotto questa prospettiva l’esperienza del bardo non è per i morti ma per i vivi, per i momenti in cui, infinite volte al giorno, ci troviamo a dover affrontare la morte in vita.

«La morte non è qualcosa che ci accade a un determinato momento della vita e a questa pone fine, ma è un fenomeno che ci accade continuamente nella vita: al termine di ogni respiro, prima che il respiro successivo avvenga, noi moriamo, al termine di ogni pensiero, prima che il pensiero successivo compaia nella mente, noi moriamo e in periodi particolari della vita, quando ci sentiamo sconfitti o frustrati, depressi o angosciati, quando ci sembra che si sia come “spenta la luce”, noi moriamo. Ogni volta moriamo per rinascere più forti e liberi.
La morte in vita è una morte mistica a cui fa seguito una rinascita illuminante, se ben vissuta» (5)

Si può così parlare di “arte del morire” come della capacità di riconoscere tutte le manifestazioni del transito, sia quelle aggressive e malvagie, sia quelle piacevoli ed invitanti, e di utilizzarle per evolvere la nostra coscienza in vita, perché esse altro non sono che proiezioni della stessa.
Con l’arte del morire, possiamo imparare ad essere noi stessi i conduttori dei nostri processi di morte in vita, rendendoli riti di passaggio, momenti iniziatici nei quali prendiamo contatto con le dimensioni profonde della nostra psiche e rinasciamo costantemente verso nuove configurazioni della nostra vita, come fossimo la Fenice che ogni volta rinasce sempre più splendente dalle proprie ceneri”.

Pierpaolo Alioto, counselor Olistico specializzato in Psicogenalogia e Costellazioni Familiari, operatore della Regressione e Progressione Immaginale, insegnante shiatsu


1) Antica massima cinese
2) Lao Tze
3) Un importante esempio è dato dal fenomeno del tarantismo salentino, il quale ha radici storiche e sociali molto profonde, legate a rituali contadini basati sul simbolismo della taranta, il ragno che avvelena con il suo morso. Nel tarantismo ha molta importanza il ruolo estatico e terapeutico della musica e della danza che, nel loro crescendo ed al loro apice, conducono a stati molto vicini alla possessione ed alla trance.
4) Erich Neumann
5) Selene Calloni Williams, op. cit., 2007